gio
10
nov
2011
Il PD e l'Occasione Pericolosa
Benché gli eventi siano precipitati negli ultimi giorni e l'attenzione di tutti sia rivolta alla formazione di un Governo di transizione, vorrei partire analizzando brevemente il discorso di PG Bersani a Roma nel corso della manifestazione di sabato perché credo che da lì siano partiti dei messaggi interessanti.
Lascio (colpevolmente) a chi ha tempo per valutare la forma, giudizi spassionati sul metodo comunicativo utilizzato dal Segretario PD. Non esprimo pareri su un lungo intervento in occasione di un bagno di folla come quello di sabato, alla luce delle categorie veltroniane del "non nominare Berlusconi" (sappiamo peraltro che "non nominandolo diventa Dio tuo") o civatiane del "non è mica". Anzi, non mi riesce di trattenere la mia approvazione per una persona pragmatica che, dopo aver massacrato la finanza per buona parte del suo intervento, arriva a dire:
«La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, buone, indispensabili: ma non possono prendere il comando, non possono dettare il compito.».
Vorrei soffermarmi, invece, sulla "polpa" del messaggio che credo sia il bersaglio velato di tante critiche.
Innanzitutto, Bersani, avendo invitato i leader socialisti di Francia e Germania, ha voluto inserire la manifestazione in un contesto internazionale e spiccatamente europeo.
E' evidente che la lettura dei nostri attuali problemi passi per il Vecchio Continente e per le limitazioni che un'Europa economica e finanziaria, ma non politica, palesi attraverso l'inchiostro dell'ideologia liberista con cui è stata scritta la lettera della BCE.
Relativamente al nostro Paese, la Banca Centrale avrebbe potuto sferrare un colpo ferale alla sovranità del Governo, data l'assoluta inadeguatezza di quest'ultimo ad affrontare il difficile momento economico (troppo facile ricordare che fino a poche settimane fa Berlusconi e Tremonti ripetevano che l'Italia stava uscendo dalla crisi meglio degli altri stati).
"Il nemico non è l'euro, ma l'Europa delle destre!" ha però ammonito Bersani e, alzando l'indice contro Merkel e Sarkozy per la pessima gestione dei casi Grecia prima e Italia oggi, ha auspicato il ritorno delle forze riformiste al Governo dei tre principali Paesi della zona euro, in maniera tale da poter rilanciare il sogno spinelliano europeo di un'Europa politica, che affronti la nuova sfida per le formazioni progressiste di trovare strumenti efficaci nel regolare la finanza.
Già sentito? Forse. Di certo però, e questo credo sia stato il messaggio implicito, Bersani vuole portare il PD ad essere un partito socialista di respiro europeo, che parli insomma la stessa lingua di SPD e PS (sabato i messaggi dei tre leader erano molto allineati). E soprattutto una forza politica di riferimento, con una proposta chiara e una collocazione certa.
Come argomentava giustamente Rondolino su Il Giornale (leggi qui), benché Bersani in questi mesi abbia sempre parlato di alleanza tra progressisti e moderati, nella sostanza si è mosso però per rafforzare i rapporti con IdV e SEL oltre che riaffermando con forza le condizioni del PD in vista del governo tecnico e di un'alleanza con il centro.
A tal proposito il Segreatario ha ribadito, messaggio non superfluo, che è il centrosinistra ad essere il punto di partenza per qualsiasi progetto di alleanza. O primo cerchio, come andava di moda un anno fa.
E' vero che in questo momento bisogna tenere ben presente che, oltre alla drammaticità della situazione economica, nell'ottica di una ricostruzione che sia anche democratica e civile del Paese, "la vera sfida si gioca tra il populismo e la possibilità di un nuovo patto sociale".
E' altresì necessario, però, che le scelte che si andranno ad assumere nei prossimi anni dovranno essere improntate ad un'esigenza di equità a fronte dell'esplosione delle disuguaglianze sociali e delle nuove forme di povertà (le classifiche sull'aumento della povertà relativa e assoluta sono uno dei pochi settori in cui vantiamo un amaro record in Europa, anche dopo l'allargamento ai paesi dell'est).
In più partendo da una lettura critica delle risposte liberiste alla crisi, contenute anche nella lettera della BCE, come si può immaginare di partecipare a governi con forze politiche che sono invece sdraiate su quelle ricette? Cosa può rimanere del Partito Democratico nell'operato di tali esecutivi (volutamente non distinguo tra presunti tecnici e politici relativamente a questo aspetto)?
Bersani ha precisato a tal proposito che il Partito Democratico non può essere "la ruota di scorta" di nessuna coalizione, mentre, spiegava cripticamente, che il senso di alcune manovre dell'ultimo periodo è proprio quello di rendere il PD un partito ancillare ad altri progetti politici. La lettura di quest'ultima affermazione è probabilmente legata all'operazione Renzi, che personalmente leggo come un tentativo di disarticolazione del centrosinistra italiano, per come l'abbiamo conosciuto, l'esclusione di IdV e Sel da eventuali governi e un PD sempre più centrista ed innocuo (ne ho scritto in questi termini qualche giorno fa - leggi qui).
La stessa nascita del governo tecnico pare andare in tal senso. Si sapeva, infatti, che tale scenario, potendo difficilmente (e per motivi diversi) contemperare la presenza di Di Pietro e Vendola, sarebbe stato un banco di prova per la tenuta della coalizione di centrosinistra. Inutile considerare l'eccezionalità della situazione: il dato di fatto è che molto probabilmente mentre il PD prenderà parte al governo, le altre due forze ingrosseranno le fila dell'opposizione. Ed è molto probabile che saranno avversari agguerriti nel dibattito sulle drammatiche scelte che un eventuale governo Monti andrà ad assumere. Ci sarebbero poi le basi per una fase di ricomposizione che possa permettere di riconfluire in un comune progetto per l'Italia?
Non si può inoltre fare a meno di considerare ciò che potrà avvenire all'interno del Partito Democratico. Se svanisse l'ipotesi delle elezioni a breve, nel migliore dei casi si aprirebbe una complicata fase congressuale che inevitabilmente porterebbe all'emersione di svariate posizioni, oltre alla correlata messa in discussione del ruolo di Bersani, soprattutto se fiaccato dalla difficile esperienza del governo di transizione. Tutto ciò avverrebbe, temo, senza proporre valide alternative alla solidità dell'attuale segretario.
Per queste ragioni, sono giunto alla conclusione che più a lungo dovesse durare l'esperienza del governo tecnico a cui ci apprestiamo, più la situazione all'interno del Partito Democratico potrebbe complicarsi ed eventualmente compromettere il risultato delle future elezioni (se si dovesse arrivare a fine legislatura).
Per conto mio, sono convinto che in ogni caso sarebbe meglio andare al voto in tarda primavera, garantendo il supporto all'esecutivo in formazione per affrontare l'emergenza, ma preparandosi al contempo per un vero governo di centrosinistra appena superato il momento peggiore di questa bufera.








