mer

05

gen

2011

Due cause di Santificazione

Pinochet e Wojtila Pinochet e Wojtila

Ho appreso ieri, tramite il bel documentario della Rai su Mons. Oscar Romero, che anche l’arcivescovo di San Salvador ucciso nel 1980 per essersi battuto contro le immani disuguaglianze del suo Paese, sta per diventare beato.

 

Allo stesso tempo e con energia ben più marcata, procede “la pratica” relativa a Giovanni Paolo II. Come dimenticare gli appelli di Piazza San Pietro ai funerali: “Santo Subito”? In più, oltre alla maggiore popolarità, l’ex Papa ha al suo attivo un presunto miracolo.

 

Le storie di questi due uomini, si sono anche incrociate. In maniera sicuramente più turbolenta di come il documentario di “La Grande Storia” volesse far credere.

Nel caso di Mons. Romero, a detta dello stesso papa Ratzinger, c’è però una perplessità di fondo. Nonostante sia stato un grande esempio, un pastore peraltro morto assassinato mentre diceva Messa, e quindi assimilabile a un Martire per ammissione della stessa Chiesa, c’è il dubbio che la figura possa essere strumentalizzata politicamente. Da sinistra ovviamente.

 

Si tenga presente che, diversamente da quanto sostenuto da molti, mons. Romero non era un esponente della Teologia della Liberazione, non ambiva a incarichi di potere e pure prese le distanze dalla sinistra rivoluzionaria durante il presunto governo democratico che seguì alla dittatura militare. Va da sé che non abbia mai fatto appelli a usare la violenza e che il suo messaggio si limitasse ad auspicare la realizzazione della giustizia sociale, attraverso una vera redistribuzione delle ricchezze. Inevitabilmente si dovette schierare contro la dittatura militare. Ma cosa avrebbe fatto se non il suo dovere?

L'immagine di Mons. Romero su un muro L'immagine di Mons. Romero su un muro

Giovanni Paolo II, invece, non è ancora una figura storica. Per il grande pubblico è solo il grande Santo, frutto di un’immagine in buona parte costruita. Esente da colpe e da errori. In realtà è una figura più complessa di quella che Vespa dipinge a “Porta a Porta”. Sicuramente ha svolto un ruolo centrale nelle grandi transizioni degli anni ’80 e ’90, ma trattasi principalmente di un ruolo politico. E, valutandolo in maniera irriguardosa solo sotto questa lente, ci sono sicuramente degli aspetti su cui non si può non esprimere qualche riserva.

 

In Sud America, tanto per fare due esempi, non ha preso assolutamente le distanze dai regimi sanguinari di Cile prima e dell’Argentina poi. A differenza di Mons. Romero, che si rifiutò di prendere parte alle celebrazioni / parate del regime salvadoregno, Papa Wojtila venne immortalato sul balcone in compagnia di Pinochet e ricevette l’argentino Videla a Roma (mentre il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, si rifiutò di vederlo).

 

Incontri, immagini, forse troppo poco per l’uomo qualunque. Fatti significativi, invece, per chi ha vissuto e seguito la storia di quei martoriati paesi. Ci sono fior-fior di libri che documentano quali cause, spesso poco nobili, nascondessero quegli incontri. Ma non si vuole qui divagare sugli interessi, anche economici (si pensi al Banco Ambrosiano in Argentina), della Chiesa Cattolica nelle diverse situazioni.

 

Con lo stesso Romero, Giovanni Paolo II non ebbe un atteggiamento “lineare”: lo invitò dapprima a trovare un accordo con la Giunta militare, poi, nell’ultima tragica fase, non fece nulla per sostenerne l’operato. Nel documentario RAI si rimarca il ricordo post-mortem dell’arcivescovo da parte di Wojtila. Poco, oggettivamente.

 

Ma torniamo alle difficoltà della canonizzazione di Romero. C’è il sospetto che le motivazioni di tali indugi non siano quelle sopra esposte. Il fatto più sconvolgente è che si tratta in qualche modo di una figura che rappresenta un altro modo di pensare la Chiesa. Nulla di assimilabile alle modalità romane e papali, ma perfettamente riconducibile alla costruzione di Pietro. Prosaicamente diremmo “che ne fa parte con uguale dignità”. Mons. Romero non era un anticonformista, un eretico e neppure il comunista che qualcuno dipinge. Era un pastore.

 

E più di altri, sicuramente più di Wojtila, è una figura cristologica per molti aspetti: l’amore (cristiano per i poveri), l’estrema umiltà d’animo, la sobrietà, la paura ma al contempo il coraggio dato dalla fede di affrontare la sua missione (rifiutò il soggiorno in Vaticano quando aveva capito di essere prossimo alla morte), la morte stessa durante la messa, la consapevolezza del sacrificio che stava per compiere. Addirittura il mesto ritiro in riva al mare, pochi giorni prima dell’assassinio, che ricorda il Getsemani.

 

Due chiese diverse: ha vinto l’altra (momentaneamente). Alla Chiesa serve tutto, deve plotinianamente riportare a Unità. Le serve anche Romero.

 

Ma come fanno a stare insieme figure così diverse, caratterizzate da un rapporto così complesso in vita? Non è questa la sede per dipanare le complesse trame di Dio, ma come si fa a spiegare che stava dietro ad entrambi i personaggi? E’ di questo che ha paura la Chiesa romana? O è semplicemente allergica a Cristo?

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Commenti: 2

  • #1

    ippolito (giovedì, 06 gennaio 2011 11:08)

    Il Cristianesimo è morto con il consiglio di Nicea del 325 DC. Il resto è business.

  • #2

    felicia (sabato, 08 gennaio 2011 13:33)

    hai ragione. Io sono sudamericana . Laggiu la chiesa sta accanto dei poveri perche ci vuole essere coerenti, per guadagnare RISPETTO, AUTOREVOLEZZA MORALE. Qui è tutto diverso. Ho provato essere catequista e cercare di trasmettere idee di uguaglianza, amore al prossimo, solidarieta ai bambini di 11 anni ma senza successo. Alla fine mi sono arresa. Peccato perche un cambio ci vuole !

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