dom
25
ott
2009
Bersani: i motivi di una scelta

Prima dell’estate a chi mi chiedeva chi avrei sostenuto al congresso del PD rispondevo che ero in difficoltà a scegliere tra i candidati, nutrendo grande stima per tutti e tre, e che avrei letto le mozioni prima di prendere qualsiasi decisione. Faccio politica da qualche anno e, se c’è una cosa di cui mi sono convinto, è che il modello della politica personalistica, che in maniera subdola fa coincidere un partito con le posizioni di una persona carismatica, non mi piace. Purtroppo è un trend globale, non solo italiano: qualche studioso sostiene che si tratti di una deriva delle democrazie moderne. Ne è stato vittima anche il PD, in epoca veltroniana: un segretario eletto dal popolo che automaticamente è anche candidato primo ministro portandosi alle spalle un partito-comitato, il cosiddetto “partito liquido”, solerte ad organizzare comizi, aperitivi e ad appendere manifesti, ma sempre più svuotato del suo ruolo politico. Sappiamo bene, però, come tale leaderismo fosse “di facciata”, nascondendo notevoli difficoltà a gestire una situazione magmatica.
Forte di questa convinzione, non ho scelto una persona, ma un progetto per il PD e per l’Italia. Leggendo le mozioni e seguendo il dibattito congressuale, mi sono persuaso che l’unico candidato con idee chiare su cosa fare del PD è Pierluigi Bersani. Mi ritrovo nella sua idea di partito forte e organizzato, radicato nei territori e che chiama gli iscritti a scegliere la propria classe dirigente. Un partito che esca dai salotti-bene delle città per interessarsi ed affrontare i problemi della provincia e che sappia farsi carico, oltre a trovare una sintesi tra le diverse visioni, da un lato della formazione politica degli aderenti, dall’altro di un dibattito, di una propulsione elaborativa, di una spinta progressista in grado di cogliere i mutamenti della società e dargli risposte coerenti con i valori che ci caratterizzano. Dico questo perché sono convinto che il PD si trovi di fronte a un’urgenza culturale. E’ un problema comune a tutti i grandi partiti riformisti e lo vediamo dai risultati: quasi tutta l’Europa è governata dalle destre ed il modello socialdemocratico è fortemente in crisi. Ad incidere è stato sicuramente l’impatto di questioni come la crisi economica e la conseguente disoccupazione, nonché l’affermarsi di fenomeni di massa quali l’immigrazione.
Ora il nostro obbiettivo dev’essere quello di elaborare risposte a questi come ad altri nuovi problemi (dalle tematiche ambientali alle questioni bioetiche) senza cadere nel tranello di voler sfruttare le paure e il senso di insicurezza della gente, ma facendo crescere il consenso su proposte organiche e volte al lungo periodo. La nostra politica non deve ridursi all’immediato, all’oggi, ma deve avere basi solide per costruire il futuro, alimentando motivate speranze. Per fare questo serve un partito ben definito, non liquido ossia informe, ma che abbia ben chiaro il raggio d’azione in cui muoversi. Il Partito Democratico deve caratterizzarsi, deve avere un’identità secondo taluni, un’anima, secondo me. E’ necessario mettere mano alla forma di questa formazione politica. Non dobbiamo nasconderci dietro a un dito e dobbiamo riconoscere che qualcosa non ha funzionato in questi primi due anni. Ritengo assurdo, infatti, che un Partito arrivi solo oggi a confrontarsi in un congresso, che faccia fatica a decidere che linea politica darsi, a definire che peso dare agli iscritti e quale ai simpatizzanti, a ragionare nel merito dei ruoli della propria organizzazione interna e del proprio funzionamento. Faccio un esempio semplice: da novembre sono coordinatore di zona per il corsichese. Una carica importante, che mi ha visto impegnato in un lavoro assiduo e intenso sul territorio, che però nasconde un equivoco di base. E’ stato stilato un regolamento dettagliatissimo e forse un po’ bizantino su questa figura. Peccato però che si occupasse essenzialmente di come eleggere i coordinatori di zona, dimenticandosi di definire, salvo poche sparute righe, cosa dovessero fare tali figure. Di fatto, ho sempre avuto l’impressione che chi ha scritto quel documento avesse in mente, più che una figura che si inserisse nel dibattito politico dei circoli tessendo un rapporto con la federazione milanese, una specie di passacarte che si dovesse dar da fare per la campagna elettorale delle comunali. E il partito dov’è? Come può una zona importante come quella del corsichese fare arrivare la sua voce a Milano? In che modo si possono dare degli indirizzi comuni ai vari circoli e ai vari amministratori presenti sul territorio? Fino ad ora, non è dato sapere…
Bersani, nel corso della sua analisi sui mali dell’Italia, a mio avviso coglie nel segno. Il nostro Paese è ormai un paese in cui la perdita del potere di acquisto dei salari e le disuguaglianze sociali generatesi sono difficilmente tollerabili. Si tace su questo tema e si predica ottimismo, additando la crisi come psicologica e, buona ultima, promettendo “un posto fisso per tutti”. Noi, per contro, constatiamo quanto questa crisi stia gettando nel dramma intere famiglie e stia minando il tessuto sociale, minando l’equa redistribuzione delle risorse che dovrebbe essere garantita, ad esempio, dalle tasse.
Prodi ricorda spesso che vent’anni fa la differenza “1 a 40” di remunerazione tra il direttore e gli operai di una stessa azienda generava discussioni a non finire, mentre oggi non ci si stupisce che questa differenza sia anche superiore a “1 a 400”. Questo divario tra ricchi e poveri è ampliato dalla constatazione, come indicano diversi studi internazionali, che l’Italia è il Paese, tra i grandi stati europei, in cui la mobilità sociale maggiormente arranca. In altri termini, è molto probabile che il figlio di un avvocato da grande faccia l’avvocato, mentre il figlio dell’operaio, sarà operaio, o con tutta probabilità, disoccupato.
Per rendere la nostra società più dinamica è necessario intraprendere politiche in grado di rompere le catene di lobby, caste e corporazioni varie. E’ necessario ragionare di meno barriere di accesso alle professioni, di più concorrenza nei servizi, dei sistemi di tutela dei consumatori (es. la class-action, introdotte dallo stesso Bersani all’epoca del governo Prodi ed eliminate recentemente da Berlusconi.
Inoltre è fondamentale rimettere al centro del dibattito il tema del lavoro e dell’economia. Questo dev’essere il primo punto su cui il PD deve muoversi e ragionare. E mi pare che l’unico dei candidati che abbia questa priorità è Bersani: come si dice, “a volte gli accenti fanno la differenza”. Innanzitutto il mondo del lavoro necessita di una seria analisi: sicuramente è cambiato in maniera radicale. Non si può più parlare di classe operaia e capitalisti, ovviamente. O meglio: mentre “i padroni” (passatemi il termine) ci sono ancora, dall’altro lato abbiamo assistito a una esplosione del precariato, suddiviso in una miriade di professioni, anche nuove, molto difficili da rappresentare, e sindacalmente e politicamente. E allora, torniamo ad occuparci prepotentemente di salari, di welfare, di diritti dei lavoratori, di tutele in modo da uscire dall’ottica del dualismo del mercato del lavoro che miete soprattutto vittime giovani.
Parallelamente, però, non possiamo non intervenire sulle difficoltà che il sistema-Italia, fatto di piccole e medie imprese incontra ormai da anni e che necessitano di risposte. E che nessuno finora gli ha dato. Mi riferisco alle infrastrutture, sempre carenti, ad una seria politica industriale del Paese, a un sistema di incentivi, a un rapporto più proficuo con la pubblica amministrazione e con le banche. Senza dimenticarsi di mirati interventi di defiscalizzazione e sburocratizzazione.
Nel PD, a mio avviso, si parla poco delle differenze geografiche esistenti tra le diverse aree del Paese e soprattutto su come riconquistare il Nord. Mentre secondo me è un problema centrale: un Partito che non vince (ossia non capisce) nella zona più dinamica del Paese, lo può veramente governare? Ho sempre detestato sia le risposte proto-leghiste di taluni (le famose “ronde” di Penati) sia il buonismo di altri. Non dobbiamo imitare la Lega: non è nelle nostre corde parlare di Barbarossa, di fuoco alla barba del musulmano, di Roma ladrona, di culto dell’acqua del Po’. Perché sappiamo che non risolve i problemi. Ma abbiamo il dovere di presentarci al Nord con un’alternativa vera e forse Bersani potrebbe essere la persona giusta in tal senso proprio perché è in grado di offrire delle proposte organiche, soprattutto rivolte all’economia e al mondo del lavoro. Non basta (e forse non serve) candidare degli imprenditori del triveneto (ricordo che qualcuno pensava di risolvere il problema candidando Calearo)! Dobbiamo continuare ad interrogarci sugli operai iscritti alla FIOM e votanti la Lega. Lì c’è una buona parte dei nostri problemi.



