gio

19

nov

2009

Aperitivo Giovani Democratici

Hai voglia di un aperitivo democratico, di un po’ di musica e di fare quattro chiacchiere sulle prossime iniziative dei Giovani Democratici Cesanesi?

Vieni a dire la tua SABATO 21 NOVEMBRE ALLE ORE 19.00 c/o la Sede del circolo in Via Patellani, in compagnia di tutti i Giovani Democratici Cesanesi (e non).

Verranno distribuite le tessere GD, inoltre, chi vorrà, si potrà tesserare anche in vista dell’elezione del nuovo coordinamento cittadino.

Passeremo una serata in allegria!!
Ti aspettiamo!!

PS: L'APERITIVO E' OFFERTO DAL CIRCOLO ;-)

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lun

16

nov

2009

Intervista al figlio di Ambrosoli

YouTube-Video
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ven

13

nov

2009

2012: catastrofica ignoranza

La scheda del critico Alessio Guzzano

 

2012 - the family day after (con effetti speciali)

NEMICO PUBBLICO - l'estetica nel mirino mannaro

2012
Regia di Roland Emmerich
Con John Cusack, Amanda Peet, Chiwetel Ejiofor, Danny Glover, Woody Harrelson, Thandie Newton, Oliver Platt
Catastrofista



I Maya e gli straccioni coi cartelli pessimisti avevano ragione: nel 2012 il sole fonderà la Terra. La Bibbia anche: ci salveranno le arche. Il catastrofista Ronald Emmerich di “The Day After Tomorrow”, il film più idiota di ogni tempo (usatelo per selezionare le vostre amicizie), cita i primi ed evoca la seconda: un bimbo si chiama Noah, una nave Genesis. Più “Titanic” e “Godzilla”. La California si frantuma, Yellowstone ribolle, il natural born prophet Woody Harrelson s’illumina d’incendio, i potenti sborsano un miliardo per scappare sull’Himalaya (ma uno sceglie la preghiera: si ride). Tutti gli altri non vengono a sapere niente (!), tranne John Cusack, scrittore e padre fallito. Gli effetti speciali divertirebbero se non fossero usati in alternativa all’intelligenza: in shorts, sull’Everest, neanche un gelone? La stucchevole morale di complemento è sempre quella: riunire una famiglia spezzata, e poco importa se tocca sacrificare un bravo patrigno (Spielberg scomodò gli alieni per babbo Tom Cruise). In Emmerich incendi e terremoti saettano ostinati a un millimetro dal sedere dei fortunelli e c’è sempre una porta da chiudere sulle intemperie sul filo del timer. E va bene. Ma le ondate di retorica che tentano di commuoverci danno la nausea. Si fa il tifo per gli tsunami.

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gio

12

nov

2009

Le dichiarazioni sull'ndrangheta del Consiglio Comunale del 11 novembre 2009

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gio

05

nov

2009

Comunicato Stampa 5 novembre 2009 - PD del Corsichese

 

Nel corso degli ultimi giorni abbiamo assistito a un importante operazione della DIA di Milano, del Gico della Guardia di Finanza di Milano e dell’Arma dei Carabinieri di Corsico, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia del Tribunale di Milano (Pm Boccassini, Venditti, Dolci e Sorari) volta a colpire le ramificazioni della cosca Barbaro-Papalia, legata all’ndrangheta, insediatasi da anni sul territorio del Sud Ovest Milanese.

 

Il Partito Democratico della zona del Corsichese esprime profondo apprezzamento per l’operato della magistratura e delle forze dell’ordine, occasione in cui hanno avuto un ruolo determinante anche gli uomini guidati dal Capitano dei Carabinieri della Compagnia di Corsico, Ruggero Rugge, noto per avere notevole esperienza nel settore avendo lavorato nelle zone “calde” calabresi.

 

È l’ennesima conferma del fatto che viviamo in un territorio caratterizzato da questi problemi. Siamo quindi sempre più consapevoli dei potenziali rischi che ogni intervento amministrativo, soprattutto di natura edile, può comportare. Auspichiamo vivamente che si apra una fase di dibattito, che deve vedere in prima fila nostro Partito e che deve essere allargato alle istituzione e alla gente. È necessario dedicare l’attenzione dovuta alle infiltrazioni mafiose nel Sud-Ovest affinché non trovino spazio le idee di chi ne minimizza rilievo e pericolosità.

 

Da parte nostra, inoltre, profonderemo il massimo impegno per far sì che vengano garantiti dalla classe politica locale atteggiamenti di rigore e trasparenza, consci delle attenzioni che le mafie rivolgono al nostro territorio anche in vista dell’importante appuntamento di Expo 2015 e tranquillizzati dalla assidua presenza delle forze dell’ordine a cui garantiamo la nostra collaborazione.

 

Confermiamo infine la nostra adesione e il nostro sostegno alla mobilitazione generale contro le mafie “Milano dice NO”, organizzato dai consiglieri comunali aderenti al Comitato Antimafia di Milano che si terrà nel capoluogo lombardo dei giorni 13-14-15 novembre.


 

Partito Democratico – Zona del Corsichese

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mer

04

nov

2009

Amici Miei

il solito incredibile Edoardo Baraldi il solito incredibile Edoardo Baraldi
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lun

26

ott

2009

Tremonti e il posto fisso: intervista a Pietro Ichino

il giuslavorista Pietro Ichinoil giuslavorista Pietro Ichino

Intervista a cura di Antonio Troise, pubblicata da il Mattino, il 20 ottobre 2009

 

Tremonti si è convertito: ora dice che è meglio il posto fisso. E’ d’accordo?
Se intende dire che la sicurezza del lavoro e del reddito è un bene della vita, dice una ovvietà. Se intende dire, allineandosi con Bertinotti, che questo bene si può ancora proteggerlo, come regola generale, applicando il modello del posto fisso a vita, fa della demagogia.

Perché demagogia?

Perché oggi il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate, ma anche dei prodotti e delle stesse aziende che li producono, non si misura più in decenni, come all’epoca in cui fu disegnato il nostro diritto del lavoro attuale: lo si misura in anni, se non addirittura in mesi. Promettere ai lavoratori una sicurezza fondata essenzialmente sull’ingessatura dei rapporti con le aziende significa ingannarli.
Tremonti, però, parlava ai lavoratori di una Banca, dove in genere il modello del posto fisso funziona.
Se ha inteso dire che quel modello può continuare a costituire la regola generale, si sbaglia di grosso. In realtà quel modello divide in due la forza-lavoro, tra protetti e non protetti, scaricando su questi ultimi tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno. Ne sanno qualche cosa i giovani che oggi entrano nel nostro mercato del lavoro. Ma non giova neppure a quelli che il “posto fisso” l’hanno conquistato: perché quando arriva una crisi occupazionale anche loro perdono il posto. E allora si accorgono di che cosa significa un mercato del lavoro vischioso, oltre che povero di servizi.
Il ministro dell’Economia sostiene che la mobilità del lavoro è figlia della globalizzazione. Lei concorda?
La mobilità del lavoro è una conseguenza necessaria della dinamicità del sistema produttivo, dell’evoluzione tecnologica. Certo, questa è favorita dall’intensificarsi degli scambi internazionali. Con questi fenomeni, se vogliamo rimanere dentro l’Unione Europea, dobbiamo imparare a fare i conti. Dobbiamo anche imparare a prendere il meglio della globalizzazione, e non soltanto gli effetti negativi.

Più precisamente, che cosa intende dire?

Che dobbiamo imparare ad attirare nel nostro Paese il meglio dell’imprenditoria mondiale, che porta innovazione e in molti settori può valorizzare il nostro lavoro meglio di quanto non facciano gli imprenditori italiani. Oggi l’Italia è il fanalino di coda in Europa per capacità di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali. Tra le cause principali del nostro ritardo c’è proprio il nostro sistema di relazioni industriali e questo nostro diritto del lavoro che piace tanto a Tremonti e a Brunetta.

Anche al ministro Brunetta?

Sì: nel maggio scorso si è spinto ad affermare che il nostro mercato del lavoro con le sue regole e i suoi servizi è il migliore del mondo. Poi Sacconi, nel suo Libro bianco, citando Marco Biagi, ha detto invece che è il peggiore d’Europa. Sarebbe il caso che si mettessero d’accordo.

Lei vede una contraddizione tra quel che ha detto Tremonti e la riforma del mercato del lavoro del ministro Sacconi?

In realtà anche Sacconi, pur citando Marco Biagi, sembra avere sposato la linea della conservazione dell’esistente.

Tremonti boccia anche il sistema del welfare americano: quel modello è del tutto irrealizzabile in Italia?

Il modello a cui dobbiamo ispirarci non è quello statunitense. Semmai quello nordeuropeo, fondato sulla coniugazione della massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza per i lavoratori, che devono essere robustamente assistiti nei processi di aggiustamento industriale.
Dal punto di vista politico più generale, non le sembra che la destra si stia appropriando di una posizione che per anni è stata appannaggio della sinistra?

Vedo più che altro, in queste uscite estemporanee dei nostri ministri, la smania di catturare a tutti i costi l’attenzione dei media. È la politica dell’annuncio quotidiano; che poi esso sia poco coerente con ciò che il Governo fa in concreto, per esempio con la politica del Governo di massima espansione dei contratti a termine, di conservazione del regime di apartheid tra protetti e non protetti, a loro importa pochissimo.

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dom

25

ott

2009

Bersani: i motivi di una scelta

Prima dell’estate a chi mi chiedeva chi avrei sostenuto al congresso del PD rispondevo che ero in difficoltà a scegliere tra i candidati, nutrendo grande stima per tutti e tre, e che avrei letto le mozioni prima di prendere qualsiasi decisione. Faccio politica da qualche anno e, se c’è una cosa di cui mi sono convinto, è che il modello della politica personalistica, che in maniera subdola fa coincidere un partito con le posizioni di una persona carismatica, non mi piace. Purtroppo è un trend globale, non solo italiano: qualche studioso sostiene che si tratti di una deriva delle democrazie moderne. Ne è stato vittima anche il PD, in epoca veltroniana: un segretario eletto dal popolo che automaticamente è anche candidato primo ministro portandosi alle spalle un partito-comitato, il cosiddetto “partito liquido”, solerte ad organizzare comizi, aperitivi e ad appendere manifesti, ma sempre più svuotato del suo ruolo politico. Sappiamo bene, però, come tale leaderismo fosse “di facciata”, nascondendo notevoli difficoltà a gestire una situazione magmatica.

Forte di questa convinzione, non ho scelto una persona, ma un progetto per il PD e per l’Italia. Leggendo le mozioni e seguendo il dibattito congressuale, mi sono persuaso che l’unico candidato con idee chiare su cosa fare del PD è Pierluigi Bersani. Mi ritrovo nella sua idea di partito forte e organizzato, radicato nei territori e che chiama gli iscritti a scegliere la propria classe dirigente. Un partito che esca dai salotti-bene delle città per interessarsi ed affrontare i problemi della provincia e che sappia farsi carico, oltre a trovare una sintesi tra le diverse visioni, da un lato della formazione politica degli aderenti, dall’altro di un dibattito, di una propulsione elaborativa, di una spinta progressista in grado di cogliere i mutamenti della società e dargli risposte coerenti con i valori che ci caratterizzano. Dico questo perché sono convinto che il PD si trovi di fronte a un’urgenza culturale. E’ un problema comune a tutti i grandi partiti riformisti e lo vediamo dai risultati: quasi tutta l’Europa è governata dalle destre ed il modello socialdemocratico è fortemente in crisi. Ad incidere è stato sicuramente l’impatto di questioni come la crisi economica e la conseguente disoccupazione, nonché l’affermarsi di fenomeni di massa quali l’immigrazione.

Ora il nostro obbiettivo dev’essere quello di elaborare risposte a questi come ad altri nuovi problemi (dalle tematiche ambientali alle questioni bioetiche) senza cadere nel tranello di voler sfruttare le paure e il senso di insicurezza della gente, ma facendo crescere il consenso su proposte organiche e volte al lungo periodo. La nostra politica non deve ridursi all’immediato, all’oggi, ma deve avere basi solide per costruire il futuro, alimentando motivate speranze. Per fare questo serve un partito ben definito, non liquido ossia informe, ma che abbia ben chiaro il raggio d’azione in cui muoversi. Il Partito Democratico deve caratterizzarsi, deve avere un’identità secondo taluni, un’anima, secondo me. E’ necessario mettere mano alla forma di questa formazione politica. Non dobbiamo nasconderci dietro a un dito e dobbiamo riconoscere che qualcosa non ha funzionato in questi primi due anni. Ritengo assurdo, infatti, che un Partito arrivi solo oggi a confrontarsi in un congresso, che faccia fatica a decidere che linea politica darsi, a definire che peso dare agli iscritti e quale ai simpatizzanti, a ragionare nel merito dei ruoli della propria organizzazione interna e del proprio funzionamento. Faccio un esempio semplice: da novembre sono coordinatore di zona per il corsichese. Una carica importante, che mi ha visto impegnato in un lavoro assiduo e intenso sul territorio, che però nasconde un equivoco di base. E’ stato stilato un regolamento dettagliatissimo e forse un po’ bizantino su questa figura. Peccato però che si occupasse essenzialmente di come eleggere i coordinatori di zona, dimenticandosi di definire, salvo poche sparute righe, cosa dovessero fare tali figure. Di fatto, ho sempre avuto l’impressione che chi ha scritto quel documento avesse in mente, più che una figura che si inserisse nel dibattito politico dei circoli tessendo un rapporto con la federazione milanese,  una specie di passacarte che si dovesse dar da fare per la campagna elettorale delle comunali. E il partito dov’è? Come può una zona importante come quella del corsichese fare arrivare la sua voce a Milano? In che modo si possono dare degli indirizzi comuni ai vari circoli e ai vari amministratori presenti sul territorio? Fino ad ora, non è dato sapere…

Bersani, nel corso della sua analisi sui mali dell’Italia, a mio avviso coglie nel segno. Il nostro Paese è ormai un paese in cui la perdita del potere di acquisto dei salari e le disuguaglianze sociali generatesi sono difficilmente tollerabili. Si tace su questo tema e si predica ottimismo, additando la crisi come psicologica e, buona ultima, promettendo “un posto fisso per tutti”. Noi, per contro, constatiamo quanto questa crisi stia gettando nel dramma intere famiglie e stia minando il tessuto sociale, minando l’equa redistribuzione delle risorse che dovrebbe essere garantita, ad esempio, dalle tasse.

Prodi ricorda spesso che vent’anni fa la differenza “1 a 40” di remunerazione tra il direttore e gli operai di una stessa azienda generava discussioni a non finire, mentre oggi non ci si stupisce che questa differenza sia anche superiore a “1 a 400”. Questo divario tra ricchi e poveri è ampliato dalla constatazione, come indicano diversi studi internazionali, che l’Italia è il Paese, tra i grandi stati europei, in cui la mobilità sociale maggiormente arranca. In altri termini, è molto probabile che il figlio di un avvocato da grande faccia l’avvocato, mentre il figlio dell’operaio, sarà operaio, o con tutta probabilità, disoccupato.

Per rendere la nostra società più dinamica è necessario intraprendere politiche in grado di rompere le catene di lobby, caste e corporazioni varie. E’ necessario ragionare di meno barriere di accesso alle professioni, di più concorrenza nei servizi, dei sistemi di tutela dei consumatori (es. la class-action, introdotte dallo stesso Bersani all’epoca del governo Prodi ed eliminate recentemente da Berlusconi.

Inoltre è fondamentale rimettere al centro del dibattito il tema del lavoro e dell’economia. Questo dev’essere il primo punto su cui il PD deve muoversi e ragionare. E mi pare che l’unico dei candidati che abbia questa priorità è Bersani: come si dice, “a volte gli accenti fanno la differenza”. Innanzitutto il mondo del lavoro necessita di una seria analisi: sicuramente è cambiato in maniera radicale. Non si può più parlare di classe operaia e capitalisti, ovviamente. O meglio: mentre “i padroni” (passatemi il termine) ci sono ancora, dall’altro lato abbiamo assistito a una esplosione del precariato, suddiviso in una miriade di professioni, anche nuove, molto difficili da rappresentare, e sindacalmente e politicamente. E allora, torniamo ad occuparci prepotentemente di salari, di welfare, di diritti dei lavoratori, di tutele in modo da uscire dall’ottica del dualismo del mercato del lavoro che miete soprattutto vittime giovani.

Parallelamente, però, non possiamo non intervenire sulle difficoltà che il sistema-Italia, fatto di piccole e medie imprese incontra ormai da anni e che necessitano di risposte. E che nessuno finora gli ha dato. Mi riferisco alle infrastrutture, sempre carenti, ad una seria politica industriale del Paese, a un sistema di incentivi, a un rapporto più proficuo con la pubblica amministrazione e con le banche. Senza dimenticarsi di mirati interventi di defiscalizzazione e sburocratizzazione.

Nel PD, a mio avviso, si parla poco delle differenze geografiche esistenti tra le diverse aree del Paese e soprattutto su come riconquistare il Nord. Mentre secondo me è un problema centrale: un Partito che non vince (ossia non capisce) nella zona più dinamica del Paese, lo può veramente governare? Ho sempre detestato sia le risposte proto-leghiste di taluni (le famose “ronde” di Penati) sia il buonismo di altri. Non dobbiamo imitare la Lega: non è nelle nostre corde parlare di Barbarossa, di fuoco alla barba del musulmano, di Roma ladrona, di culto dell’acqua del Po’. Perché sappiamo che non risolve i problemi. Ma abbiamo il dovere di presentarci al Nord con un’alternativa vera e forse Bersani potrebbe essere la persona giusta in tal senso proprio perché è in grado di offrire delle proposte organiche, soprattutto rivolte all’economia e al mondo del lavoro. Non basta (e forse non serve) candidare degli imprenditori del triveneto (ricordo che qualcuno pensava di risolvere il problema candidando Calearo)! Dobbiamo continuare ad interrogarci sugli operai iscritti alla FIOM e votanti la Lega. Lì c’è una buona parte dei nostri problemi. 

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mar

20

ott

2009

La trattativa Stato - Mafia: intervista a Genchi

Paolo Borsellino - da internetPaolo Borsellino - da internet

dal Secolo XIX del 20 ottobre 2009 – Intervista a Gioacchino Genchi di Marco Menduni


"La trattativa c'è stata, ne sono testimone", giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell' "Archivio Genchi), lavorò alle indagini sulla strage di via D'Amelio e la morte di Paolo Borsellino, "Ma fummo fermati. Arrivò l'annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell'interno a spiegare l'operato dello Stato".

Le Primissime fasi dell'indagine.

"Sin dall'immediatezza della strage l'attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l'uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991".

Qual era il suo incarico allora?

"Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l'attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta"


Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

"L'attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la "zona grigia" che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al magistero dell'interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini he sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni"


La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

"La signora Borsellino, già molti anni fa mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto".

 

Ma chi c'era nel Castello?

"Si era installato un gruppo di persone che erano state all'alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C'erano ufficiali che erano stati all'alto commissariato, dov'era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D'Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l'esplosivo"


Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

"Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell'edificio hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti.

 

Ma perchè proprio quella zona?

"Questo è l'interrogativo: perchè quell'attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D'Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c'era quel "controllo" del territorio, perchè era stato possibile eseguire un'intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c'era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto".

 

Un'operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

"C'è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a cosa nostra che si sono occupati dell'attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l'esplosivo, di come è stato operato. Per via D'Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla".

 

La trattativa c'è stata?

"Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini, sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l'inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell'interno, senza incarico, nell'immediatezza dell'arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina"




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lun

19

ott

2009

25 ottobre: Primarie PD a Cesano

i tre duellantii tre duellanti

Domenica 25 ottobre anche a Cesano si voterà per le primarie del Partito Democratico.

 

Oltre al segretario nazionale, si voterà per scegliere il segretario regionale ed i membri delle rispettive assemblee.

 

A Cesano Boscone si voterà:

per Cesano centro presso l’ormai abituale sede ACLI, in via Pogliani, accanto al cinema Cristallo.

per i quartieri Tessera e Giardino, utilizzeremo la sala “Ilaria Alpi”, inserita nel contesto del Centro Civico, via Turati.

 

Per chi volesse approfondire: venerdì 23 ottobre alle 20:30 presso la sede del PD di Corsico, via Vittorio Emanuele (di fronte al ponte) potremo assistere alla proiezione dell’ultimo confronto tra Bersani, Franceschini e Marino.

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dom

18

ott

2009

Sono contro l'ora di religione (musulmana) a scuola

un momento di preghiera a La Meccaun momento di preghiera a La Mecca

Apprendo oggi, tramite un sms della TIM, che i cosiddetti “finiani” (con il plauso di D’Alema) intendono proporre l’inserimento dell’ora di religione musulmana a scuola. In questo caso, non importa tanto ciò che io penso della religione in genere e di quella musulmana in particolare (mi dico spesso: “è più giovane del cattolicesimo di quasi 600 anni e non a caso corrisponde al cattolicesimo di 600 anni fa” – visione semplicistica ma in qualche modo accattivante), ma dell’idea di laicità nel nostro Paese con particolare riguardo alle istituzioni.

Non ritengo infatti che sia un esempio di tolleranza aprire all’insegnamento delle Sure del Corano nelle classi perché già trovo un equivoco di non poco conto l’insegnamento della religione cattolica. La scuola dev’essere laica e non deve promuovere nessuna forma di culto. Non bisogna chiedere alle istituzioni di dare spazio ad un’organica presenza di qualche forma di “credo”, questo è dovere dello Stato e dei cittadini. Mi spiego meglio: inserire la religione in un contesto statale significa “contaminare” le strutture dello Stato, significa portare la religione dentro l’assetto, facendo sì che ne diventi parte integrante e propulsiva. Non è più uno stato laico. Contrariamente, lo Stato “tollera”, freddamente accetta e rispetta (se compatibili) le religioni ed il loro culto come qualcosa di indipendente e separato. A mio avviso nel concetto di tolleranza è connaturata un’idea di alterità, di distacco, di esterno da sé. E che comunque non si mischia, non si contamina: la stabilità delle istituzioni, la loro intima coerenza è legata anche a questo. Una macchina pubblica di cui una qualsiasi religione è mattone, non potrà escludere altre religioni quando queste saranno rappresentative di settori consistenti della società. L’esempio più stupido è il crocefisso: il fatto che sia appeso, apre la strada all’affissione di altri simboli religiosi. Se non ci fosse, sarebbe più difficile rivendicare la presenza di altre icone. Si potrebbe affermare: “non è questo il posto. Sarebbe fuori luogo”. Ma non lo si può fare se al muro c’è I.N.R.I. Ripeto che è un esempio su cui non insisterei in altri contesti e di nulla importanza, ma è chiaro ed il ragionamento di base è comune ad altre situazioni.

Fondamentalmente Fini parte dal presupposto appena enunziato: essendo insita nello stato una forma di credo (quella cattolica), a rigor di logica non si può non permettere a un’altra fede di entrare a farne parte. Spesso, però, parallelamente ci sono resistenze all’apertura di moschee, nonostante sia un sacrosanto (mai aggettivo fu meglio usato) diritto di libertà di culto: in pratica si tratta di un chiaro controsenso e di un ribaltamento di come dovrebbero funzionare le cose.

In uno Stato veramente laico, a scuola non si dovrebbe trattare il tema religioso. Ci sono altre cose di cui l’istruzione si deve occupare. Fuori da tale contesto, però, ognuno dovrebbe essere libero di professare, anche in forma organizzata, la religione in cui crede. E dovrebbe poter frequentare anche appositi spazi nei modi in cui meglio crede. Fini, che vorrebbe inserire l’ora di religione musulmana nel nostro insegnamento, è la stessa persona che dice che gli imam dovrebbero predicare in italiano. Quindi da un lato concede all’islam di entrare a far parte organicamente dello Stato, dall’altra si intromette per chiedere alla religione di usare la nostra lingua. Ossia, io-stato italiano divento un po’ musulmano, tu religione diventa un po’ italiana. Non sta forse proprio tutto qui il concetto di religione di Stato? Sulla filosofia che sposa, non mi pare che Fini abbia abbandonato così tanto le sue origini…

Io, che sono laico e relativista, sono di avviso completamente opposto: niente religione a scuola, se vuoi pregare hai il diritto di aprire una moschea dove puoi pregare nella lingua che preferisci. In ogni caso, per me, una soluzione come quella sponsorizzata da Fini, è un arretramento: un altro pezzetto delle istituzioni cede a una fede, si riduce la laicità delle istituzioni. Scusate: è mai possibile che nella guerra di religione che qualcuno ci vuol far credere in atto, a perdere siano i non credenti?

 

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gio

08

ott

2009

Sulle Primarie: ne sono un sostenitore e quindi ne voglio sempre meno

dal sito di Edoardo Baraldidal sito di Edoardo Baraldi

Tra pochi giorni, per la seconda volta saremo chiamati ad eleggere il segretario nazionale del Partito Democratico attraverso le primarie. Questo strumento, fondativo e caratterizzante del PD, è oggi uno dei temi al centro del dibattito congressuale. Sicuramente, le maggiori differenze fra i tre candidati alla Segreteria, sono ascrivibili all’idea di partito e si segnala in tal contesto la visione bersaniana, che io sposo, di un partito forte, militarmente strutturato e capillarmente radicato nei territori. In netta antitesi con l’idea di Partito Liquido che affollava i sogni di Veltroni.

 

Scopro subito le carte: sono convinto che le primarie siano utili, ma che rappresentino il “vestito della festa”, ossia quell’abito da utilizzare in sparute e importanti occasione al fine di non farlo sgualcire.

 

Dico questo perché non mi è piaciuto come il PD si è avvalso delle primarie in questi due anni di vita. Prima di tutto, bisognerebbe chiedersi se è lecito che chiunque possa votare per gli organismi dirigenti. Partiamo proprio dal 25 ottobre: perché anche persone che non seguono la vita di partito, che non ne conoscono le dinamiche, che hanno un’immagine solo parziale e di facciata dei vari candidati devono avere la possibilità di eleggere Bersani, Franceschini o Marino? La stragrande maggioranza della gente che verrà a votare in quell’occasione ha idea di come i tre hanno intenzione di lavorare all’interno del partito? Il segretario che verrà eletto rispecchierà le volontà degli iscritti o avremo un partito propenso per una mozione e un segretario di un’altra? Ammetto, in ogni caso che la scelta del segretario nazionale è un caso limite e, nonostante quanto dicevo sopra, l’impiego delle primarie in tale contesto, ha un suo fascino.

Ha un senso, però, se il candidato segretario, automaticamente, diventa in seguito candidato primo ministro. Su questa ipotesi ci sono pareri discordanti: personalmente non mi è mai piaciuta. Odio, infatti, il processo di personificazione della politica, il riconoscersi in una sola persona quasi che da sola rappresenti una forza politica. Inoltre, ritengo possibile che un segretario candidato premier, da un lato riduca l’indipendenza del partito in caso di vittoria, dall’altro delegittimi il segretario in caso di sconfitta. E’ quello che avvenne per Veltroni: parlando di vocazione maggioritaria, dell’andare da soli, si è trovato con un buon risultato del PD (il migliore ottenuto ad oggi), ma con una sonora batosta nei confronti della destra. Un Veltroni non candidato premier (scenario forse impossibile per l’epoca) avrebbe probabilmente avuto vita più facile nel gestire il PD, a fronte del 34% ottenuto alle politiche.

Ma, come dicevo, al di là dei livelli nazionali, abbiamo abusato di questo strumento, anche localmente. Impossibile non ricordare, ad esempio, le assurde “primarie estive” per l’elezione del segretario metropolitano. In quell’occasione votammo per due persone, Casati e Antoniazzi, che erano sconosciute anche a noi iscritti. Che senso aveva allargare a tutti quelle primarie? Tale figura, pur importante, ha una visibilità minima e deve fare un grande lavoro interno al partito. Per sua natura con gli elettori avrà sempre poco a che fare.

 

Chi porta in palmo di mano le primarie, ne sostiene l’impiego in quanto straordinario strumento di partecipazione e di coinvolgimento nelle decisioni. Secondo me, lo possono essere, non è detto che lo siano.

 

Chiediamoci: lo sono state finora? In che misura abbiamo influito sull’esito delle primarie a cui abbiamo partecipato? A mio parere, quasi mai.

 

Se ci penso, L’esito delle primarie per Veltroni era scontato. Così come lo è stato in epoca pre-PD quello di Prodi. E nella sostanza, dopo il passaggio nei circoli, ritengo sia scontato anche l’esito delle primarie del 25. Sebbene ammetto che all’inizio di tutta la trafila, anche io, avendo profonda stima di Franceschini, pensavo a un testa a testa. Ma sappiamo che vincerà Bersani, così come l’estate scorsa sapevamo che Casati sarebbe diventato il segretario metropolitano.

Preferirei glissare sulle liste collegate ai candidati: si viene eletti per partecipare ad assemblee a cui partecipa in media un migliaio di persone e in cui, quindi, il potere di questi delegati è pressoché nullo. Nonostante ciò, è tragica la bagarre che si scatena per entrare a far parte di queste liste collegate: è come accoltellarsi per un anello di bigiotteria (e sono stato buono). In questo, ad esempio, emerge l’aspetto inutilmente destabilizzante delle primarie. A mio avviso le liste servono anche per fare da traino sui territori, vedendo alcuni personaggi locali direttamente in gioco, ma la presenza in tali circostanze riflette più un riconoscimento del prestigio e della considerazione, piuttosto che un’utilità reale. Menziono soltanto che anche su queste liste (bloccate, ovviamente) vengono paracadutati candidati che nulla hanno a che vedere con il territorio in cui si presentano, rispondendo solo a criteri di appartenenza a gruppi e correnti. Cencelli docet.

 

Ho in mente un solo episodio nel passato in cui il risultato delle primarie non fosse già scritto. Mi riferisco alle primarie di circolo in cui si votava per eleggere i membri del coordinamento. E in virtù di questo, in alcune località sono state un dramma.

 

Mi spiego meglio. Faccio il caso di molti circoli che conosco. Votammo, anche in tanti, per definire l’assetto del PD locale. Oltre a segnare una netta divisione tra gruppi belligeranti e a creare acredini fin dall’inizio, vennero elette molte persone poco attive e che si sono via via perse nel tempo. L’affermazione di queste, inoltre, penalizzò alcuni veri attivisti e soprattutto i giovani alle prime esperienze, meno conosciuti e smaliziati di altri. Il risultato, spesso, sono stati circoli divisi e con coordinamenti poco attivi e capaci. E allora domando: servono in questo caso le primarie? Domanda retorica: credo proprio di no. A mio avviso è meglio che siano gli iscritti, ossia persone più vicine alla vita di partito, a decidere la propria classe dirigente locale.

 

Da quanto esposto, sembra di essere in presenza di un feroce oppositore delle primarie. Non è vero. Anzi. Ritengo questo strumento molto prezioso in alcuni casi.

Potrei dire che per le cariche elettive monocratiche, quali sindaco, presidente della provincia, regione e candidato-premier sono utilissime. Bisogna sempre distinguere le situazioni, ma uscire bene dalle primarie è il miglior biglietto da visita, la migliore pubblicità che un candidato possa farsi.

In talune circostanze possono servire anche per correggere delle situazioni: penso, ad esempio, a Sindaci che possano aver perso di credibilità nel proprio paese e alla loro sostituzione con candidati più apprezzati e con più possibilità di vittoria alle amministrative.

 

Infine torno ad un’ipotesi mai presa troppo in considerazione, perché è quella più destabilizzante per la nomenklatura: utilizzare le primarie per determinare la composizione delle liste del PD alle elezioni dei vari livelli. E’ ovvio che è auspicabile tornare a liste non bloccate laddove il Porcellum ha imposto questa terribile forzatura. Ma oltre a essere una piccola compensazione a questa legge vergognosa di Berlusconi e masnada, ed indipendentemente da ciò, questo strumento contribuirebbe più di ogni altro a dare la tanto agognata rappresentatività ai territori e a presentare finalmente candidati riconosciuti e probabilmente vincenti. Allora sì che daremmo l’immagine di un partito veramente democratico.

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mer

07

ott

2009

Silvio: 72% della stampa è di sinistra (perchè non il 70?)

Daniele LuttazziDaniele Luttazzi

Dopo aver gioito della notizia della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, in tarda serata ho appreso delle farneticanti dichiarazioni di Silvio Berlusconi. Al solito, la reazione è stata un minestrone delle solite panzane: si è lamentato, ad esempio, di dover sottrarre un’ora della sua attività dedicata alla cosa pubblica per andare a difendersi in tribunale. Peccato che nel conteggio delle ore di lavoro perse in passato, non avesse annoverato quelle impiegate per timbrare il cartellino con escort e puttanume vario. Vabbò.

 

Mi ha colpito molto quando, sempre parlando della "piovra" rappresentata dalla sinistra italiana, ha detto che il 72% della stampa parteggia per la minoranza. Subito mi sono chiesto il perché del 72%... o meglio: perché 72 e non 70? E la risposta mi è venuta ricordando un’acuta osservazione di Luttazzi che riporto in seguito (da Bollito Misto con Mostarda):

 

E’ quello che capita quando hai al governo degli imbroglioni. Conferenza stampa di fine anno. Berlusconi annuncia: - La politica economica del Governo aumenterà il potere d’acquisto del 2.2% -

 

Notare il “virgola 2”, il segno che abbiamo a che fare con un professionista del bluff. 2% poteva sembrare inventato. Perché non 3%? Perché non 4%? 2.2% è scientifico.

 

“il potere d’acquisto aumenterà del 2.2%”. Un giornalista straniero, che non sa come funzionano certe cose in Italia, a questo punto fa la seconda domanda e chiede: - Come? -

 

Panico in sala stampa.

 

- Cosa ha detto? Ha fatto la seconda domanda… Ma si può fare? -

 

Berlusconi è nel suo elemento. Dice: - glielo spiego subito, caro giornalista straniero. Sommando lo 0.7% che deriva dalla politica dei prezzi (due giorni prima, CONFCOMMERCIO l’aveva definita una bufala) + lo 0.8% della riduzione delle tasse (una truffa come avete visto in busta paga) + lo 0.7% da incremento spontaneo del potere di acquisto (cioè per magia!) -

 

Ed ecco a voi il mago Oronzo!

 

Una tecnica retorica che però funziona, perché i giornalisti hanno pensato:

 

- Un attimo, verifichiamo. 0.7 + 0.8 + 0,7 = 2.2 ehi, ha ragione! –

 

Quindi la motivazione può essere questa: 72% anziché 70, perché 72 è scientifico, quindi più credibile. L’unica differenza con il caso riportato sopra è che in questo contesto si va in doppia cifra. Da cui discende che una virgola sarebbe stata poco probabile. Inoltre aveva da poco detto che il suo consenso presso gli italiani è al 70%. Non poteva, un venditore di pentole professionista come lui, ribadire per due volte la stessa cifra.

Tutto sommato apprezzo la furbizia di Berlusconi: in un momento così difficile è stato più credibile lui che doveva abbozzare una linea difensiva in un attimo, piuttosto che il suo avvocato Ghedini, che ha avuto del tempo per prepararla. Sono convinto che quest’ultimo, affermando che “La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione”, abbia scritto almeno metà della sentenza con cui i giudici hanno bocciato il Lodo Alfano.

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mer

07

ott

2009

La Consulta si è espressa: il tappo è saltato!!!

La Consulta: il lodo Alfano è illegittimo. La Consulta: il lodo Alfano è illegittimo.
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dom

04

ott

2009

Lettera sulla posizione del PD cesanese sullo scudo fiscale

Il volantino dei Giovani DemocraticiIl volantino dei Giovani Democratici

Lettera pubblicata sul sito www.mi-lorenteggio.com

 

Gentile Direttore,

Le scrivo in merito all’articolo relativo all’ultimo consiglio comunale. In quel contesto si afferma che l’assessore alle politiche economiche, Francesco Francica, e per concordanza io, sarebbe favorevole allo scudo fiscale.  In realtà l’assessore, parlando e in veste di amministratore pubblico e come tecnico asseriva esattamente il contrario. 

 

Il suo parere invece, sposato in seguito dagli interventi di Addonisio, mio e di Giovanni Bianco, riflette la gravità di questo provvedimento in quanto rappresenta un duro colpo per il cittadino che correttamente paga le tasse mentre è una vera panacea per chi, in barba alla legge, ha esportato ricchezze all’estero.  Infatti per poter rimpatriare ingenti somme basterà pagare un’aliquota minima del 5%. In pratica è un condono fiscale. Ma non solo.

Non per niente, nel mio intervento ho voluto proprio sottolineare come lo scudo fiscale di fatto rappresenti un’amnistia. Con questo provvedimento, infatti, verranno estinti i reati penali relativi all’omessa e infedele dichiarazione dei redditi. In più, grazie ad un emendamento approvato in Senato, verranno “scudati” alcuni reati considerati gravi fra cui la falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie, l’occultamento o distruzione di documenti, false comunicazioni sociali (falso in bilancio).

 

I risvolti di questa legge sono drammatici. E’ cosa scontata che favorirà tutti quei soggetti, in primis le organizzazioni mafiose, il cui principale problema non è tanto reperire le risorse, quanto portare a termine onerose operazioni di riciclo (da cui in genere si ricavavano cifre intorno al 30% del denaro da pulire).

Quindi il nostro parere su questo ennesimo “condono” di Berlusconi non può che essere estremamente negativo. Il Partito Democratico si è sempre opposto all’estensione di provvedimenti come i condoni che premiano i furbi, mentre crede che bisognerebbe riprendere una seria lotta all’evasione fiscale.

 

L’atteggiamento del PD in consiglio comunale è stato chiaro e coerente. Gli esponenti che si sono espressi in quell’occasione hanno tutti puntato il dito contro questa ennesima discutibile iniziativa del Governo. Nel mio caso specifico, posso dire che ne sono proprio indignato: ne è testimonianza l’articolo ironico che ho scritto sul mio blog negli ultimi giorni, in cui traspare anche quanto io sia inferocito contro i miei compagni di partito che hanno disertato le aule parlamentari, permettendo, anche grazie alla loro assenza, che questa proposta diventasse legge.

 

Alfredo Simone Negri -Capogruppo PD in Consiglio Comunale di Cesano Boscone

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gio

01

ott

2009

Sì, caro Silvio e lo proporremo ancora!!!

YouTube-Video
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gio

01

ott

2009

Tregua tra i clan della camorra!

Lo scudo dei TemplariLo scudo dei Templari

Dopo anni di guerre, finalmente è scoppiata la pace tra i clan della camorra: i boss latitanti, riunitisi per l’occasione presso l’hotel prospiciente l’area di servizio dell’uscita autostradale Napoli-Sud, hanno però precisato si tratta soltanto di una tregua. Quindi negli ultimi tre giorni non sono stati commessi crimini efferati, solo un omicidio da parte dei “kitt-e-muert”, perché come ha detto Don Pasquale Squitinzi, capo mandamento di Casoria (nonché padrino di battesimo di Noemi Letizia), “era una roba vecchia, programmata da tempo… anche la famiglia della vittima già sapeva”.

 

Sono finalmente state ascoltate le preghiere dei tanti boss che stanno soffrendo in carcere: dopo anni di estenuanti e sempre più difficili raggiri, lo Stato Italiano è intervenuto per sanare una situazione intollerabile. Con le consuete operazioni di riciclo, di 100 euro da ripulire, dopo tutta la trafila ne rimanevano al massimo 30. Ora grazie allo scudo fiscale, basterà intestare delle cifre a qualche prestanome, magari un imprenditore, e di quei 100 euro se ne perderanno solo 5! E ben venga che quei soldi pagati come aliquota allo Stato siano utilizzati a fin di bene: sarà proprio grazie ai soldi “scudati” della camorra che, magari, verrà ricostruito l’Abruzzo!

 

Quindi, abbassate le armi, i boss hanno deciso di scrivere congiuntamente una lettera di ringraziamenti a Berlusconi e Tremonti per lo Scudo Fiscale. Una boccata d'aria... Ci voleva proprio! Quando si dice “un governo amico”!

Tra le righe, i magnanimi camorristi hanno espresso elogio e solidarietà ai parlamentari PD assenti al momento del voto. Senza il loro decisivo contributo, questi sparuti momenti di gioia e serenità non sarebbero stati possibili!


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mer

30

set

2009

E sono 73: il regalo più bello è quello di Penati!

Penati e Bersani - dal sito www.filippopenati.itPenati e Bersani - dal sito www.filippopenati.it

Ieri Berlusconi ha festeggiato in Abruzzo il suo 73esimo compleanno. Una ricorrenza allietata da un inaspettato, quanto gradito regalo: le imbarazzanti dichiarazioni del coordinatore nazionale della mozione Bersani, Filippo Penati. Questi si è contraddistinto con una sortita volta a delegittimare Dario Franceschini (“I 2/3 del Partito non stanno con Dario”) e ad incoronare anzitempo Pierluigi Bersani.

Un uomo dell’esperienza dell’ex Presidente della Provincia, non doveva incorrere in questo errore. Per tutta una serie di motivi che vado a spiegare.

Mi sia permesso, però, un passo indietro. In questi giorni ho partecipato al congresso del mio circolo, ho avuto l’onore di fare da relatore alla mozione Bersani in altri comuni e ho parlato con vari esponenti del PD di altre zone. Ovunque emerge la soddisfazione per una fase che ha saputo, nella nullità odierna della politica italiana, riaprire il dibattito politico, riaccendere interessi, spostare l’asse della discussione dei circoli dai temi locali verso i tanto salutari “voli pindarici”. Ed è stata data l’impressione di un partito aperto, che vuole condividere, che vuole aprirsi alla società. A Cesano ho rivisto persone di sinistra che hanno sempre criticato il PD e che si sono appassionate alle iniziative che abbiamo organizzato. Sulla stampa locale, ci sono state riconosciute “partecipazione e trasparenza”. Insomma, al di là delle mozioni, abbiamo trasmesso messaggi positivi e nel nostro piccolo abbiamo mobilitato l’opinione pubblica su questo appuntamento determinante per la vita politica italiana. I grandi mezzi di comunicazione, invece, hanno seguito il congresso del PD con un certo distacco e, soprattutto da destra, attendendo furtivamente qualche scivolata.

Eccoci, ci ha pensato Penati! Il suo intervento è stato decisamente inopportuno. Innanzitutto, Pierluigi Bersani non è ancora il segretario del Partito Democratico. Manca ancora uno step, le primarie del 25 ottobre. E’ vero: non ci piacciono granché perché molti di noi bersaniani non credono che le figure e gli organismi del partito vadano definiti con questo strumento. Ci sono degli iscritti che hanno tutto il diritto di scegliere i propri dirigenti e quindi anche il Segretario. In ogni caso, attualmente, lo Statuto prevede che tale incarico sia da assegnare con queste modalità. C’è una regola e noi dobbiamo rispettarla. Anche se il pronostico ci da vincenti, dobbiamo sostenere il ruolo del segretario in carica. Dario Franceschini, segretario del PD. Il “nostro” segretario.

Oltre ad aver scavalcato il proprio leader (anche questa è una pessima abitudine che vorremmo sconfessare), Penati da l’impressione di aver esternato la sua soddisfazione per aver vinto una battaglia di potere, con tanto di remore e cattivi istinti verso gli sconfitti. Insomma ha contribuito a fornire l’idea del PD alle prese con le solite rese dei conti, in balia dei personalismi e delle coltellate. Tutto il contrario del progetto di partito che è propugnata dalla mozione Bersani.

Infine, si sa che l’ormai imminente vittoria dell’ex ministro non sarà scevra di conseguenze: in casa PD si sta preparando un terremoto e c’è chi è pronto ad evacuare (il neo pubblicista Rutelli, ma non solo). Molti temono, in particolare i centristi, che il partito di Bersani operi una svolta a sinistra perdendo il suo messaggio originale di forza riformista, frutto di un bilanciamento armonico dei partiti del centro-sinistra. In questo clima di allarme, giunge proprio inopportuna la scossa di Penati. Contribuisce solo a peggiorare la situazione e a far affrettare qualcuno a preparare le valigie.

Intanto regala a Berlusconi nuovi spunti (recentemente ne ha veramente bisogno perché l’abbiamo visto non poco annacquato) contro il PD delle divisioni e contro la nostra mozione, alla guida del partito, che verrà presentata come l’apparato assetato di sangue e di potere. E la corona che lo stesso ex Presidente della Provincia di Milano si è affrettato a mettere sul capo di Bersani, per il momento è fatta di spine.

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mar

29

set

2009

Thriller

Berlusconi: "Saremo qui per sempre" Berlusconi: "Saremo qui per sempre"
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lun

28

set

2009

Cosa non si fa per non fare la ricevuta!!!

una vignetta di Mauro Bianiuna vignetta di Mauro Biani

Settimana scorsa mi sono recato nel casertano per raccogliere dei campioni di uva da utilizzare nei miei studi. Vanno via tre giorni: due di viaggio e quello centrale dedicato al duro lavoro. Questa volta ho avuto la sfortuna di andarci da solo: un viaggio di 1500 km in solitaria su un Kangoo a 110 km/h e senza autoradio. Quasi un’esperienza mistica: così mistica che quando scopri che parti in ritardo perché qualche pirla ha sbagliato la prenotazione dell’auto, che raccoglierai uva da solo per ore perché all’ultimo si sono dileguati i tirocinanti che ti dovrebbero dare una mano e che pure piove, beh, sotto le tue ingiurie cade uno stuolo di santi, beati e figure religiose in genere.

In ogni caso, giovedì arrivo alla meta verso mezzogiorno. Decido quindi di andare a mangiare per poi intraprendere il duro lavoro di campo nel pomeriggio. Nel folto dell’inquietante campagna casertana, scorgo un bel agriturismo e decido che in quel luogo andrò ad assaggiare qualcosa di tipico. Effettivamente mangio proprio bene: dopo un primo, di cui non ricordo il nome (si trattava di una pasta all’uovo locale – buonissima) sono già satollo e soddisfatto e do il colpo di grazia con il dolce. Mi dirigo a pagare, chiedo il conto e la giovane cameriera mi dice: “dieci euro”. Tiro fuori la mia bella banconota e gliela consegno attendendo in cambio la ricevuta. La cameriera mi guarda incerta e i sento in dovere di precisare: “mmhhh… mi farebbe la ricevuta?”. Imbarazzata, in evidente difficoltà, si dirige verso le cucine: “Mamma, puoi venire un attimo?”. Arriva tutta trafelata la madre. “Il signore ha bisogno della ricevuta” le spiega tutta preoccupata la figlia.

“Ogghei, ora facciamo” risponde sicura la madre e comincia a frugare in una cassapanca d’epoca. Dall’antico mobilio comincia a uscire di tutto: dalle tovaglie ai tovaglioli e solo alla fine, probabilmente da un angolo sul fondo, spuntano i libretti per le ricevute. Senza neanche aprirli, la signora si rivolge nuovamente a me: “Però ci sta un problema…”.

“Oddio – penso fra me e me – chissà cosa mi va a tirar fuori questa…”. E la furba signora ricomincia: “E’ finito il libretto. Ora bisogna avviarne uno nuovo e mi serve mio marito perché io non so dove mettere le mani. E purtroppo mio marito non sarà qua prima delle 2”.

Capita l’antifona, sebbene il display del cellulare scandisce le 13:15, mi stuzzica il gioco: “Mah, sa… in realtà piove… devo andare a raccogliere l’uva. Posso anche aspettare suo marito”.

Per assurdo, di fronte alla mia battuta l’atteggiamento della signora cambia: “Vabbè, mi dispiace doverla tener qua fino alle 2. Vediamo cosa posso fare. Ecco questo è il libretto nuovo… vediamo un po’… ecco sì, qui si compila così…”. Insomma, nonostante il triste presagio, con mia grande soddisfazione esco con ricevuta dall’agriturismo alle 13:18. Ho guadagnato ben 42 minuti!!!

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mar

22

set

2009

Congresso PD: una proposta anti-cammellaggio per il futuro

il cammellaggioil cammellaggio

Si sta svolgendo in questi giorni in tutti i circoli PD d’Italia la prima fase del Congresso che condurrà alle primarie del 25 ottobre. Da più parti, però, si sono levate voci volte a denunciare che nei rispettivi circoli si sono verificati episodi di “cammellaggio”. Per cammellaggio si intende la pessima, ma antica, consuetudine da parte di qualche esponente, di far iscrivere parenti e sodali al fine di disporre di una “ciurma” che, nelle occasioni che contano, sia disponibile a votare  a seconda delle indicazioni del politico di turno. Si tratta ovviamente di gente che nulla ha a che fare con il Partito e che mai, salvo quando si vota, è presente.

E’ inutile indagare cosa si nasconde dietro questa pessima abitudine: si tratta ovviamente di meccanismi clientelari di vario livello che poco dovrebbero avere a che fare con la politica e che mirano solamente alla prevaricazione e al raggiungimento del potere. Nel Partito Democratico non possiamo tollerare che queste cose accadano. Se si ricorre a questi “mezzucoli”, viene meno l’idea stessa del rinnovamento e, anche la centralità da un punto di vista ideale, culturale e sociale, di questo primo congresso del PD, passa in secondo piano. Se negli anni a venire non avremo il coraggio di sconfiggere queste modalità di fare politica, avremo fallito.

 

Avremo fallito perché un partito che poggia su queste basi paludose non potrà distinguersi a livelli più alti per comportamenti più consoni e volti allo scatto morale che predichiamo.

In realtà il nostro statuto al comma 7a dell’articolo 2 recita:

 

“Gli iscritti e le iscritte al Partito Democratico hanno inoltre il dovere di partecipare alla vita democratica del Partito”

 

E’ evidente che, per come enunciato, chi si presenta solo nelle occasioni in cui si vota, non può essere considerato un iscritto che adempie alle proprie responsabilità. Ma, sempre per la maniera in cui ci si esprime nello Statuto, tale individuo non è praticamente sanzionabile.

E allora, perché non pensare di specificare questo comma in maniera tale da escludere dal voto tutti quegli iscritti che non partecipano, i nostri cari “cammelli”? Una proposta, piuttosto semplice, che mi viene in mente è di impedire qualsiasi operazione di voto a tutti gli iscritti che non siano presenti almeno al 10% delle riunioni che un determinato circolo indice.

Certo, obbligherebbe i nostri coordinatori (segretari?) a fare l’appello, o a verbalizzare i presenti (cosa che peraltro molti già fanno). Ma eliminerebbe automaticamente tutte quelle persone che non hanno mai varcato la nostra soglia e che quindi, non conoscendo affatto né le personalità né le modalità in cui lavora un circolo, non hanno gli strumenti per potersi esprimere sulla nostra classe dirigente e sulla definizione del nostro organigramma a tutti i livelli.

Ritengo che ricorrendo a misure come questa si possa formare una struttura di partito migliore e più funzionale dove vedremo qualche giovane prendere il posto di qualche “beduino”.

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lun

21

set

2009

Congresso PD - Lettera al "Sì o No"

Un puzzle?!?!Un puzzle?!?!

Questa lettera è stata pubblicata sul settimanale “Sì o No” del 11 settembre 2009.

 

Egregio Direttore,

Le scrivo per segnalare a Lei e ai Suoi lettori che nel corso delle prossime settimane anche i circoli PD della nostra zona saranno protagonisti del I° Congresso del Partito Democratico. Riteniamo che si tratti di un evento storico (in seguito spiegherò perché non mi pare eccessivo  questo termine), atteso e invocato da mesi perché era visto da molti come l’unica via di uscita dalla situazione di impasse che il PD ha incontrato nell’ultimo periodo.

Sarebbe un errore considerare il Congresso esclusivamente come il momento in cui si va a scegliere una persona per ricoprire il ruolo di segretario del Partito. Errore peraltro già commesso in passato quando dalle primarie del 14 ottobre 2007 sbucò, senza troppe sorprese, il nome di Walter Veltroni. Ma in quella fase mancò un vero e proprio dibattito: ci fu uno schieramento di massa alle spalle dell’ex Sindaco di Roma, oltre all’idea, a mio avviso criticabile, di una struttura leggera, più comitato elettorale che partito, più su internet e nei salotti che radicato sul territorio e capillarmente organizzato. Non possiamo poi dimenticare che l’improvviso avvento delle elezioni politiche fece scivolare il PD in un vortice che rese temporanea e precaria la costruzione del neonato partito.

Oggi conosciamo le difficoltà del Paese. Constatiamo giorno per giorno che Berlusconi non è in grado di governare l’Italia e sono evidenti “le crepe” nel muro delle alleanze su cui si sostiene. Le difficoltà che il Partito Democratico ha incontrato, però, non sono legate solamente alle anomalie italiane. E non nell’ottica esclusiva del nostro quadro politico dobbiamo costruire l’alternativa alle destre. Non è un caso, infatti, che in questo momento di recessione economica e di esplosione di fenomeni di massa, quali l’immigrazione, che generano insicurezze diffuse, le destre abbiano preso il sopravvento nella maggioranza dei paesi del Vecchio Continente. Parallelamente si assiste a una crisi della sinistra e dei partiti riformisti europei, legata anche alla difficoltà di comprendere i cambiamenti della società e di riuscire, in un contesto così delicato, a proporre idee e progetti nuovi che riescano a dare degli indirizzi organici e di prospettiva alle proprie scelte. Il pensiero della sinistra deve essere rifondato.

Si tratta, a mio avviso, di un problema prima di tutto culturale: il congresso deve porre le basi affinché si avvii nel PD un dibattito che porti, se non a definire un’identità (concetto forse opprimente), quantomeno a tracciare delle prospettive e a far crescere nella gente la speranza nel futuro. Bisognerà trattare i grandi temi: da quelli di sempre (il ruolo dell’economia, il lavoro, la scuola, l’immigrazione, laicità, la forma-partito, le alleanze) a quelli che finora sono stati tenuti a margine, ma che sono sempre più importanti come l’ambiente e la bioetica. E’ proprio per questa necessità di arricchire il dibattito ed approfondire la riflessione che nel Sud-Ovest milanese profonderemo molte energie per far sì che il Congresso sia innanzitutto un momento di grande confronto. Stiamo lavorando per organizzare più momenti di presentazione e studio delle tre mozioni anche attraverso prestigiosi ospiti. Le nostre iniziative sono ovviamente aperte al pubblico attento e curioso che esortiamo a partecipare.

Al di là delle scelte che ognuno farà, c’è la consapevolezza di presentare tre ottimi candidati che vantano profili interessanti e i cui documenti programmatici, pur ponendo l’attenzione su questioni diverse, denotano in fondo dei tratti similari, risultando a volte complementari, e facendo intuire che un senso di appartenenza a un comune progetto esiste. Nonostante i tanti uccelli del malaugurio (e qualche regolamento eccessivamente complesso e articolato), mi dico ottimista: leggendo le mozioni di tutti e tre candidati, infatti, traspare l’immagine di un Partito Democratico che, se riuscirà a restare unito, finalmente saprà verso quali porti salpare.

 

Alfredo Simone Negri

Coordinatore di Zona del Partito Democratico

 

 

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lun

21

set

2009

Gli appuntamenti del Congresso PD a Cesano

Bandiere sventolate ad una recente manifestazioneBandiere sventolate ad una recente manifestazione

 

Il congresso di Circolo del PD di Cesano Boscone si svolgerà il 25 e 26 settembre presso la Sala Ilaria Alpi nel centro Civico di Via Turati, con il seguente calendario e svolgimento dei lavori:

 

Venerdì 25 settembre dalle 20 alle 23.30

·         Alle 20 in apertura del Congresso, viene messa ai voti e costituita la presidenza.

·         Segue relazione introduttiva della Segreteria del Circolo PD di Cesano Boscone.

·         Da parte di un Rappresentante di ciascuna candidatura, vengono rappresentate le linee politiche delle tre mozioni collegate ai candidati. Ognuno entro un tempo massimo di 15 minuti.

·         Apertura del dibattito.

 

Sabato 26 settembre dalle 15.00

·         Presentazione delle liste dei delegati al congresso provinciale collegate alle tre mozioni

·         Ripresa del dibattito

·         Ore 16.00 inizio delle votazioni (con voto segreto) fino alle ore 20.00

·         Scrutinio immediatamente dopo la conclusione delle operazioni di voto. Lo scrutinio è pubblico.

 

Chi può partecipare al congresso di Circolo:

·         Ai congressi di circolo possono partecipare con diritto di parola e di voto tutti gli iscritti regolarmente registrati alla data del 21 luglio 2009

·         Le riunioni di circolo sono aperte alla partecipazione degli iscritti, elettori e simpatizzanti del Partito Democratico, quindi anche i non iscritti possono assistere ai lavori.

 

Le mozioni si possono ritirare in sezione presso il Centro Civico di via Turati martedì sera dalle 21 alle 23 o scaricare da internet sul sito del Partito Democratico - sezione Congresso

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lun

21

set

2009

Invito al congresso - di Paola Piazza

VERSO IL CONGRESSO DEL PARTITO DEMOCRATICO

PER SCEGLIERE LEADER E LINEA POLITICA

 

Mozione Pier Luigi Bersani “idee per il PD e per l’Italia”

Mozione Dario Franceschini “Fiducia, Regole, Uguaglianza, Merito e Qualità”

Mozione Ignazio Marino “Vivi il PD, cambia l’Italia”

 

Cara Democratica, Caro Democratico,

 

ci siamo: il Primo Congresso del PARTITO DEMOCRATICO è iniziato. Un appuntamento importante per discutere le mozioni, per reagire al declino dell’Italia, per rendere più efficace l’opposizione democratica, per costruire un’alternativa di governo e per tornare a vincere.

Altri considerano i cittadini semplici spettatori di una politica pensata da un uomo solo a comando. Noi siamo orgogliosi di essere l’unica forza politica che fa della partecipazione degli iscritti e degli elettori la dimensione fondante della propria ispirazione politica e culturale.

 

A settembre i congressi di circolo e il 25 ottobre con le primarie saranno gli iscritti a scegliere il segretario nazionale e i segretari regionali.

 

Quella del congresso è l’occasione di una nuova e grande opportunità democratica e dovrà saper coinvolgere tutta la base nel dibattito e nella decisione sulle scelte.

Solo allargando la partecipazione si può tornare a vincere!

 

Partecipiamo quindi numerosi al Congresso ed estendiamo l’invito al più ampio numero di persone dentro e fuori il PD per riprendere le fila di un dialogo con il territorio e per ristabilire un legame di fiducia.

 

TI ASPETTIAMO AGLI APPUNTAMENTI DEL PD DI CESANO BOSCONE!

 

CARI SALUTI E A PRESTO.

       

Per la segreteria del Circolo PD di Cesano Boscone

                                                                                                                      

Paola Piazza

 

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gio

17

set

2009

L'alleanza trasversale che lavora al dopo Silvio - da Repubblica

Vignetta di Mauro BianiVignetta di Mauro Biani

di Massimo Giannini - C'E' chi sostiene che il dopo-Berlusconi abbia già un nome. Si chiamerebbe "governo di salvezza nazionale". Ci lavorano in parecchi, nell'ombra e a cielo aperto. Per offrire al Paese un'alternativa nel 2013, nel caso in cui questo governo riuscisse miracolosamente a superare le colonne d'Ercole del Lodo Alfano, delle elezioni regionali, dei nuovi guai giudiziari e dei vecchi vizi personali del premier. Oppure per tenersi pronti all'emergenza immediata, nel caso in cui la legislatura incappasse in un traumatico incidente di percorso. Ieri, per i corridoi di Palazzo Madama, Emma Bonino si sbilanciava con un collega: "Le possibilità che per qualche ragione il governo cada, a questo punto, sono al 50%...". Alte, com'è evidente. Per questo, tra maggioranza e opposizione capita di sentire personaggi autorevoli che dicono "bisogna creare un campo più vasto di forze", capaci di reggere l'urto di una crisi e di "mettere in sicurezza il Paese". 

Chi c'è dietro questo disegno? Per capirlo, basta seguire la "catena" degli attacchi forsennati che il Cavaliere sta menando in queste ore. Nel centrodestra il primo "anello" è Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è in costante movimento. Indicativo l'incontro di ieri sera con Rutelli, insieme a lui destinatario dell'offerta di Casini, lanciata agli stati generali dell'Udc di domenica scorsa, a "sapersi prendere per mano nella diversità e guardare al futuro del Paese". 

Chi gli ha parlato, in questi giorni, lo descrive più determinato che mai a combattere la battaglia politica contro il premier, e quella giudiziaria contro il suo "Giornale". "Stavolta Gianfranco non arretrerà...", ripete da giorni l'amico e ministro Andrea Ronchi. Se rispondesse solo al suo istinto, dopo il killeraggio di Feltri se ne sarebbe già andato via dal Pdl. Ma capisce che, come la vecchia talpa, è ancora in quel campo che deve "ben scavare". E sta scavando. Ciascuno dei temi sui quali affonda il colpo è un potenziale destabilizzante, che mette in mora il Cavaliere e in sofferenza la Lega. "Il Secolo" lo spalleggia. "Farefuturo" non cede di un millimetro sui temi sensibili. Anche la lettera dei "50 riservisti" è servita allo scopo. Ha confermato che Fini è minoritario, dentro il Pdl. Ma ha dimostrato che è in campo, e che al momento opportuno le sue "divisioni" degli ex di An le possiede, e le può schierare. 

Poi c'è Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia, fino a qualche tempo fa, era il "genio dei numeri". Ora, per il Cavaliere, è già diventato il "difficile genio". Una sfumatura, ma da il segno di un distacco, o quanto meno di un sospetto. Tremonti non fa nulla di visibile, per alimentarlo. Ma continua a scontentare tutti i colleghi ministri che battono cassa al Tesoro, e soprattutto accumula nuovo potere, attraverso le nomine pubbliche. Intanto accresce progressivamente la sua "caratura". E i suoi "vezzi cattedratici - come dice Giuliano Ferrara - non fanno ombra al suo rango politico sempre più alto". In questi mesi ha curato a fondo i rapporti con la Chiesa. E non ha mai smesso di dialogare con una parte dell'opposizione. L'intervista di due giorni fa al "Corriere della Sera" è indicativa: il ministro fa il "pacificatore", apre a Fini e propone una "tregua" non solo e non tanto al Pdl, ma al Pd "che uscirà dal congresso", offrendogli "un ruolo preminente" da "interlocutore responsabile". 

E qui sta il terzo anello di questa catena. È Massimo D'Alema. Da anni viene additato (anche nel centrosinistra) come potenziale "inciucista". Ma da giorni l'ex ministro degli Esteri è a sua volta sotto il fuoco incrociato di "Libero" e del "Giornale", per i suoi incontri in barca con Tarantini. E l'altroieri sera, a "Porta a Porta", il Cavaliere è tornato a sparargli contro, con una violenza che non si ricordava da tempo. "Un vecchio comunista, che usa espressioni da vero stalinista". Un'uscita quasi a freddo. Che non si spiega se non in nome del "solito sospetto" complottista. Ma al di là delle ossessioni berlusconiane, è vero che D'Alema è tornato a tessere la sua tela. Non solo nel suo partito, con l'obiettivo di far vincere Bersani. Ma anche con l'intenzione di giocare la partita in "campo avverso".

Con Fini il rapporto è sempre più stretto. Due giorni fa si sono parlati a lungo, perfino della comune querela contro il "Giornale". Intanto "Italianieuropei" e "Farefuturo" preparano un grande convegno sull'immigrazione, in una città leghista come Asolo. Con Tremonti il rapporto non si è mai interrotto. Associato proprio dal ministro all'Aspen Institute come "membro autorevole", D'Alema ha parlato ieri sera, con lo stesso Tremonti, Sacconi, monsignor Ravasi e Riccardi, in una tavola rotonda a porte chiuse sul tema "Dalla verità al dono: il bene comune". Intanto i due preparano un grande convegno sul Mezzogiorno, nel quale discuteranno di quella "questione meridionale che oggi è più mai questione nazionale".

Il quarto anello si chiama Pierferdinando Casini. Il leader dell'Udc sta lottando per non farsi risucchiare dal Pdl, come vorrebbe la logica inesorabile del potere. La riscoperta della vena rivoluzionaria delle camice verdi di Bossi lo aiuta, come dimostra la risposta "dura e pura" che i centristi hanno dato domenica a Chianciano. Ma Casini ha bisogno di sponde. Il Pd gliela offre. Nella versione di D'Alema, sul solito schema del "centro-sinistra col trattino". I due ne parlano quasi quotidianamente. "Casini - continua a ripetere da tempo il Lider Maximo - è interessato a trovare una soluzione comune per la fuoriuscita dal berlusconismo, e nel lungo periodo è pronto a un accordo strategico se gli offriamo una riforma elettorale sul modello proporzionale alla tedesca".

Queste sarebbero le forze in campo per l'ipotetica "alternativa". Ma è un'alternativa credibile? Le incognite sono tante. La prima, ed è gigantesca, si chiama proprio Silvio Berlusconi. È stato legittimamente eletto dagli italiani. Conserva un indice di fiducia elevato. Chi e che cosa dovrebbe farlo cadere non è ancora chiaro. Certo, appare sempre più debole, irascibile, vulnerabile. La decisione della Consulta sul Lodo Alfano può essere esiziale, benché Feltri abbia scritto che se ne può approvare un altro in un amen. Ma perché dovrebbe uscire di scena, se il processo Mills pur ripartendo finirebbe quasi certamente con l'ennesima prescrizione?

La seconda incognita si chiama Giorgio Napolitano. Che farebbe il Capo dello Stato, se il Cavaliere volesse usare l'arma, potenziata dall'esplosivo leghista, delle elezioni anticipate? Chi gli ha parlato, in questi giorni, racconta di un presidente della Repubblica molto più preoccupato dei danni che il premier può fare qui ed ora, tra la "strategia della tensione" e l'uso dei dossier, l'avvelenamento dei pozzi della politica e il totale "sgoverno" del Paese. Come ha ammesso qualche giorno fa un commensale che sedeva con il presidente a cena, al Quirinale, "la lenta agonia del berlusconismo potrebbe assumere forme non lineari". 

Ad ogni modo, se per qualche motivo Berlusconi cadesse, il "governo di salvezza nazionale" sarebbe un governo politico, non tecnico. Dunque no a ipotesi alla Mario Draghi, semmai un incarico proprio a Fini, terza carica dello Stato. C'è persino chi sostiene che sarebbe già scritto un programma: riforma del sistema politico, con abbattimento del numero di parlamentari, consiglieri regionali e comunali; riforma del Welfare, con radicale riforma dei contratti di lavoro sul modello Ichino-Boeri; riforma della spesa pubblica, con massicci tagli e dirottamento di risorse verso la scuola, la ricerca e l'innovazione.

Sembra fantapolitica. Forse lo è. Ma anche di questi scenari, sia pure costruiti a tavolino, si discute in questi giorni. Il Cavaliere lo sa. Anche per questo è nervoso, e a tratti furioso. Raccontano che D'Alema lo abbia detto a Fini, qualche giorno fa: "Il tuo premier, ormai, non è più nelle condizioni, politiche e psicologiche, per negoziare alcunché...". Ma se questo è vero, c'è da essere ancora più allarmati sui destini del Paese. 

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mar

15

set

2009

Il giallo della società siciliana dei fratelli Mori-Berlusconi

il generale Moriil generale Mori

da L'Unità del 14 settembre 2009 - È vero - lo dice il procuratore Messsineo in risposta a Berlusconi - che Palermo non sta indagando sulle stragi di mafia del ‘92-‘93. Indaga piuttosto su chi prese parte alla trattativa fra Stato e Cosa nostra, il ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino e del generale Mori. Sullo sfondo di questa indagine compaiono ora i nomi di Paolo Berlusconi e del fratello del generale Mori. Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri.

Sul tavolo dei magistrati di Palermo è arrivato un file dimenticato: una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra impreditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione. Il secondo invece è il fratello del generale Mori: insieme a Paolo Berlusconi è stato socio di una ditta di costruzioni, la Co.Ge. Il generale Mario Mori (ex capo del Ros e poi del Sisde, oggi capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma e membro del comitato per la legalità e la trasparenza degli appalti dell’Expo di Milano. Assolto per la mancata perquisizione del covo di Riina è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Provenzano) ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio.


Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale. Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA. All’inizio degli anni ‘90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia. Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri. Gli investigatori individuano la mano di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin (che costituirà la Co.Ge) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Co.ge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto.


Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del «tavolino degli appalti» un patto - sottolinea la DIA - «che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di Cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti». Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia «la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra». È in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale le la magistratura oggi indaga nell’ambito della cosiddetta «trattativa» tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.


Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela. Perché? Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che «il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra». Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di negoziatore che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nell’arresto di Riina e sulla mancata cattura di Provenzano, per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato.

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lun

14

set

2009

Primo Giorno di Scuola

Dopo le polemiche sull'ora di religione, ricomincia la scuola!!! Dopo le polemiche sull'ora di religione, ricomincia la scuola!!!
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mar

08

set

2009

Il riformismo in Europa ha fallito

Romano ProdiRomano Prodi

dal Messaggero - 14 agosto 2009

Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla senza aver prodotto alcun apparente risultato. Lontano dalle polemiche elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare sull’argomento.
Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti.

Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan- Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti.

Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di “ulivo mondiale“.

La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore.

Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.

Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato dimenticato.

Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà esistente e le convinzioni dell’opinione pubblica fossero così forti da non essere riformabili.

Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti.

A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli “estremisti” del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel. Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito.

Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale.

Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato.

Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità.

Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume.

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ven

04

set

2009

Il racconto: immigrati, sangue e torture nelle carceri libiche (da L'Unità, 3 settembre 2009)

una delle foto-scandalouna delle foto-scandalo

di Gabriele Del Grande

 

La comunità internazionale deve sapere. Siamo pronti a morire. Da ieri abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Abbiamo paura. Questi ci ammazzano. Meglio tornare nel nostro paese, fanculo la guerra, in Somalia almeno eravamo liberi. Qua dentro stiamo tutti impazzendo. Nessun essere umano potrebbe tollerare quello che sta accadendo qui. La comunità internazionale deve sapere». Dopo aver pubblicato le foto delle torture inflitte dalla polizia libica ai rifugiati somali arrestati sulla rotta per l’Italia e detenuti a Ganfuda, vicino Bengasi, siamo riusciti a raggiungere telefonicamente uno di loro. Questo è il suo drammatico racconto. Alle sue parole non rimane niente da aggiungere. 

«È cominciato tutto di sera, intorno alle 20. Dopo cena. Sai Ganfuda è una grande prigione. E al centro c’è un grande cortile. Dove ci portavano la sera per l’ora d’aria. All’epoca eravamo un migliaio, la metà somali. Quella sera, a un certo punto, somali e nigeriani hanno assaltato in massa il cancello per fuggire. I poliziotti erano sbalorditi. Erano in minoranza, non sapevano cosa fare. All’inizio ci hanno attaccato con i manganelli. Poi con i coltelli, e alla fine, quando la situazione era ormai fuori controllo, hanno iniziato a sparare, per spaventarci. Sparavano in aria. Ma alcuni sono stati feriti. Hai visto le foto che abbiamo mandato a Shabelle? Lì si vedono! Sono quelli con le garze alla schiena, li hanno portati in ospedale, e li hanno riportati in carcere dopo due o tre giorni. Da allora è un inferno. Ci tengono rinchiusi in cella 24 ore su 24, non possiamo nemmeno affacciarci alla feritoia della porta». «Io di cadaveri personalmente ne ho visti cinque. È stata la polizia a dirci il giorno dopo che i morti erano venti. Non conoscevo bene le vittime. Però due cari amici fanno parte del gruppo dei 130 che sono scomparsi. Tutti i giorni mi telefonano i loro familiari, da Mogadiscio, e mi chiedono notizie. Ma nessuno sa che fine abbiano fatto. Se siano riusciti a fuggire, o se siano in un altro carcere. Con uno di loro avevamo fatto il viaggio insieme. Eravamo partiti dal Sudan sulla stessa macchina. Quando ci hanno arrestato, sei mesi fa, avevamo appena attraversato il Sahara. Prima ci hanno portato nel carcere di Kufrah. Siamo stati lì per un mese. Poi ci hanno trasferito qui a Ganfuda. Dicevano che questo era il centro dei somali».


«Dopo il massacro ci hanno chiamato Amnesty e Human Rights Watch, dicendo che avrebbero avvisato le Nazioni Unite. Ma non abbiamo visto nessuno. Intanto dicono che ci sia stata una specie di amnistia. Un accordo tra la Libia e il governo somalo per cui una parte dei somali detenuti in Libia saranno rilasciati. Ma quell’accordo non vale per noi? Perché il nostro primo ministro non ci viene a visitare? L’unico modo per uscire è la corruzione. C’è uno strano giro sai. C’è un accordo tra gli intermediari somali e certi poliziotti libici. Paghi 1.100 dollari e sei fuori». «Voi da fuori non potete immaginare. Siamo disperati, ci lasceremo morire con questo sciopero della fame! Siamo persone, non possono trattarci come animali! Guarda, davanti a me c’è un ragazzo di 16 anni. Mi fa una pena. L’hanno accoltellato cinque volte, nella coscia. Siamo profughi, non possono trattarci così. Prendi il mio caso. Io ho 25 anni. Ho lasciato Mogadiscio alla fine del 2008. In Somalia non avevo un lavoro vero e proprio. Sai com’è la situazione. Il paese è allo sbando. Sono dovuto fuggire. L’inglese lo parlo così bene perché ho un fratello e una sorella a Londra. Il mio progetto era di raggiungerli. Ma non so se lo sia ancora. Vedi in Libia abbiamo perso la speranza. Non ci resta che la morte. È molto triste. Non riesco a spiegarti. Dovresti vedere con i tuoi occhi. Scrivi. Scrivi sul tuo giornale che chiediamo alla comunità internazionale, alle Nazioni unite e al governo somalo di venire qui a Ganfuda a vedere di persona quello che stiamo passando». 

«Scrivi sul tuo giornale, che qui in carcere è peggio che in guerra. Perché non siamo liberi, perché abbiamo perso la nostra dignità. Perché siamo torturati. Prima non ti ho detto una cosa. Tu non sai cosa è successo dopo la rivolta. Per sette giorni, ogni giorno, a ogni cambio di turno, i militari entravano nella cella, senza dire niente, si guardavano intorno e poi iniziavano a picchiare. Ci prendevano a bastonate. Seminavano il terrore. Poi uscivano. E dopo qualche ora arrivava un altro gruppo. Che poi hanno una specie di manganello elettrico. Ma quello lo usavano soprattutto per torturare gli eritrei». 

«Credimi. Ti ho detto la verità e voglio essere sincero fino in fondo. Gli eritrei sono stati torturati più dei somali. Molto di più. E sai perché? Perché sono cristiani. Per un problema di religione, i poliziotti sono così ignoranti… Alcuni ragazzi stanno impazzendo. La notte, quando tutti dormono a terra, loro restano in piedi e continuano a parlare al muro, come se avessero le allucinazioni». «Ora mi dici che l’Italia sta respingendo in Libia i somali fermati in mare, non so, forse sarebbe meglio rispedirci direttamente in Somalia. Non so come se la passano i respinti nei campi a Zuwarah e Tripoli, ma se è come da noi a Ganfuda, tanto vale che ci rimpatriate tutti. Portateci via. Dove volete. Anche in Somalia. Ma fateci uscire da qua».

 

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mar

21

lug

2009

Veltroni, Craxi e Belinguer...

dal blog del vignettista Mauro Biani dal blog del vignettista Mauro Biani
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ven

17

lug

2009

"Il problema del PD non è Grillo ma l'astensione"

una foto dello scrittore comicouna foto dello scrittore comico

Vi segnalo questa interessante intervista a Michele Serra. Mi ritrovo completamente. Anche io, infatti, e traspare dall'articolo che potete leggere sotto sulla questione-Grillo, sono convinto che un problema sul quale il PD si deve interrogare è il "Vuoto a Sinistra" ossia quelle persone che sono dichiaratamente di Sinistra o di Centro-Sinistra e che non vanno a votare o votano altro perché il PD non li convince. Non è in molti casi qualunquismo o poco interesse per la politica, ma si tratta spesso di scelta consapevole. Su questo dobbiamo riflettere...

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mar

14

lug

2009

Grillo: why not?

Non mi unisco al coro di “No” che sta accompagnando la paventata candidatura di Beppe Grillo a segretario del Partito Democratico. Sono ben conscio del pericolo che tale mossa dell’ex comico possa essere il solito tentativo per provocare e che, come dice un “candidato vero” come Pierluigi Bersani, Grillo veda il “PD come un autobus, su cui salire, fare un giretto e scendere”. Ciò detto, però, non posso esimermi dal fare alcune considerazioni. Innanzitutto sono convinto che da un punto di vista giornalistico, faccia molto più parlare di se un’eventuale esclusione di Grillo piuttosto che la sua corsa a segretario. E considerando la stampa italiana, anche di fronte a un fatto di così bassa importanza, è facile intuire che questa sarebbe usata contro l’immagine del Partito Democratico. La “paura del Grillo” è chiaramente più legata al polverone e ai tumulti che può sollevare nel corso del congresso che all’esiguo risultato che potrebbe conseguire. Infatti, pur popolare, è lecito dubitare delle sue doti politiche. Inoltre, e si tratta di particolari che scopro mentre scrivo questo commento leggendo la pagina a lui dedicata su wikipedia, non ne emerge una figura cristallina. Citerò solo questo aspetto: Grillo è pregiudicato per omicidio colposo, avendo causato la morte di più persone durante un incidente stradale. E’ lecito che un pregiudicato corra per la segreteria del PD?

Accanto a queste considerazioni, però, ci sono anche lati positivi della vicenda che vorrei far emergere e che mi portano a dire:”Ben venga”. Intanto Grillo si rivolge e vuole candidarsi nel Partito Democratico, segno che, nonostante tutte le critiche mosse, si sente per qualche motivo vicino a questo parte politica. Non so se l’ex comico abbia mai avuto in tasca una tessera; oggi è disponibile a iscriversi al PD. Vuol dire che, pur tra le mille e più critiche che muove, ritiene che è proprio da questo terreno che possa nascere una speranza per l’Italia.

Grillo è stato etichettato come simbolo dell’antipolitica: un’assegnazione su cui sono d’accordo solo in parte. Sicuramente non può passare come antipolitica, come invece si fa sempre più spesso, l’esigenza di maggiore onestà e sobrietà da parte delle nostre classi dirigenti. Anzi, sono assolutamente convinto che la questione morale sia assolutamente centrale e che nel PD se n’è discusso ancora troppo poco. Non perché nelle fila del Partito Democratico esista un’emergenza da questo punto di vista, ma perché io auspico che il mio partito eccella e si segnali per probità, per trasparenza e per sobrietà. In questi termini l’ex comico genovese porterebbe sicuramente un contributo. Non dimentichiamoci che tra le nostre fila annoveriamo ancora esponenti  che, a volerne parlar bene, sono rappresentanti di un modo vetusto di fare politica. Su tutti penso a Bassolino e alla Campania.

Infine, penso a Piazza Navona e a quanta gente è in grado di mobilitare il nostro polemista. Il PD, nei suoi movimenti centripeti, si è sempre chiesto come intercettare il voto moderato, fallendo in buona parte. Ma non ci si è mai chiesti su come raccogliere il voto di un’ampia fetta della popolazione delusa dalla politica, d’ispirazione di sinistra, di cui uno come Grillo è l’epigono e che o vota Di Pietro o non va a votare. Mi chiedo: non è che imbarcando questo personaggio, il Partito Democratico si renda più interessante agli occhi di quelle persone? Non è forse anche questa un’occasione per recuperare alla politica tanta gente che non ci crede più?

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gio

09

lug

2009

E sulla crisi cosa facciamo?

YouTube-Video
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mar

07

lug

2009

I Puffi e il comunismo

Ricordo che qualche anno fa rimasi molto affascinato dalla teoria secondo la quale il cartone animato "I Puffi" proponesse una visione sociale improntata su un modello comunista. Non voglio entrare nel merito di molte bizzarre affermazioni che l'autore di questa curiosa analisi fa, ma non posso nascondere che il tema desta qualche interesse. E convengo che quel cartone animato, unitamente ad altri, passava qualche messaggio subliminale...

 

Trovate la documentazione all'indirizzo:

 

http://xoomer.virgilio.it/g_ferrara82/pufficomunisti.pdf

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ven

03

lug

2009

Prepariamoci bene. Ma non è ancora l'ora del congresso

I due grandi sfidantiI due grandi sfidanti

Fervono i preparativi per il congresso autunnale del PD. Si tratta di un’occasione unica: di fatto è il primo vero confronto interno al partito e nel bene o nel male determinerà cosa sarà il Partito Democratico negli anni a venire. Bisogna presentarsi a questo appuntamento sentendo forte la responsabilità delle scelte che si stanno facendo. Per fare ciò, però, bisogna anche essere messi nelle condizioni di scegliere. E’ impensabile, infatti, dover optare per un candidato segretario solo sulla base dell’autorevolezza del personaggio (o peggio della “simpatia” di cui si parla in questi giorni) ma è necessario che ci sia un confronto sull’idea di paese che si ha e, cosa non trascurabile, sul tipo di assetto che si vuol dare al Partito Democratico. Quest’ultimo non è un particolare di poco conto: abbiamo avuto la dimostrazione, ad esempio, che una delle cause delle difficoltà che il PD ha incontrato, a tutti i livelli, è l’assetto di partito leggero e volatile teorizzato nei primi mesi da Veltroni & Co e poi inadeguatamente modificato in corso d’opera.

C’è la necessità dei distinguo. Ossia è fondamentale che i candidati propongano cose diverse, rappresentando proprio da un punto di vista ideologico ciò che è presente nel partito. Ad oggi sono state avanzate due candidature: Franceschini e Bersani. Sono poche, soprattutto in relazione al grande numero di sensibilità ed anime che esistono nel PD. C’è il serio rischio, che dobbiamo assolutamente scongiurare, che molti si “accodino” dietro a uno dei due candidati pur essendo in disaccordo con questo su più questioni. E’ ovvio che in questo scenario, piuttosto che verificarsi l’annullamento e la messa in disparte di certe posizioni (opzione neanche auspicata), si avrebbe il riaffiorare continuo di perplessità e veti in grado di inficiare il lavoro del futuro establishment. E’ quello che successe con Veltroni. Come ho sempre sostenuto, le primarie del 14 ottobre 2007 sono state una grande festa ma, dietro al pacchetto-regalo Veltroni, c’era un esercito messicano, più attento a conservarsi che a confrontarsi sui temi dirimenti. Ne conosciamo le conseguenze.

E allora, bisogna chiedere a tutti lo sforzo di avere il coraggio di sostenere un candidato che rispecchi la propria visione e le proprie idee e, nel caso non ci sia, di proporne uno. Non so perché, ma uno dei primi nomi che mi viene in mente a riguardo è Rutelli. Qualche tempo fa disse: “Noi non ci vogliamo contare. Se si dovesse arrivare a farlo, ce ne andremmo dal partito”. Questa posizione è intollerabile. Oltre ad avere la parvenza del ricatto, un simile assunto ricorda le “riserve indiane”: “Fuori può succedere di tutto, passino i re e le stagioni, ma noi saremo qui, immutabili ed intoccabili e pronti a farci sentire quando lo vorremo”. Non ci devono essere né indiani né panda nel PD. Ne abbiamo piene le tasche di queste logiche. Si va ad un congresso e bisogna contarsi, per dare finalmente una direzione coerente a questo partito. Chi perde o comunque risulta minoritario, stia nel partito e lavori con gli altri, se ci crede.

Inoltre, a mio avviso c’è l’urgenza di avere altri candidati, per spostare l’asse della discussione in maniera trasversale, affrontando nuove tematiche, dando risalto a questioni da altri ritenute marginali, esaltando proposte innovative che devono essere inserite nel calderone della discussione precongressuale e devono portare tutti i candidati ad esprimersi. Per troppo tempo si è ritenuta la politica come riconducibile ad una dimensione, quasi basata sui dualismi (destra-sinistra, padrone-servo, costruttore-ambientalista, etc). Il Partito Democratico sarà obbligato a fare questo. Da un lato è la sua stessa natura riformista e la necessità di non coincidere con qualcosa di già visto nel passato a spingere in questa direzione. Faccio un esempio. Qualche settimana fa, Enrico Letta dichiarò che avrebbe garantito l’appoggio a Bersani nel caso in cui il PD non si fosse tramutato in un partito socialdemocratico. Personalmente non sarei tanto dispiaciuto di questa ipotesi, però è vero che quel tipo di “piattaforma programmatica” (per usare un termine odiato dai piombini) è già stata alla base di progetti impostati (e forse non riusciti) negli anni addietro.

Oltre a questa esigenza, il PD necessita di nuove chiavi di lettura della realtà, per ristabilire una visione della società che forse si è persa. Servono nuovi strumenti interpretativi, che portino a formulare proposte attuali e attuabili per il Paese di oggi, avendo questo incontrato complessi cambiamenti fisiologici nel corso degli ultimi anni. Si pensi solo a come è cambiato il panorama del lavoro: possiamo affermare che si tratta di una situazione molto più complessa rispetto a quella degli anni addietro. E non solo per l’avvento dei contratti a tempo determinato e per l’insistenza della crisi: non posso tralasciare, ad esempio, l’incredibile proliferazione dei contratti o l’assoluta inadeguatezza del welfare-state italiano.

Si parla in questi giorni dell’eventuale candidatura del Prof. Ignazio Marino. Ritengo che possa essere interessante perché, al di là di quello che ciascuno di noi penserà di fare al congresso, sono sicuro che Marino solleverebbe tutta una serie di questioni che rischiavano di passare sottobanco nei programmi degli altri due candidati. C’è il pericolo, ad esempio, che un termine come “laicità” venga svuotato del suo significato. Capita spesso con queste parole alte ma di senso generale: pensate all’uso che Berlusconi fa del vocabolo “libertà”.

Ma non cambiamo discorso, torniamo al congresso. Penso che il Professore caratterizzerebbe profondamente la questione-laicità: dalla ricerca sulle cellule staminali, al testamento biologico, al ruolo dell’università, alla procreazione assistita. Non è una malcelata ammissione di voto, è il tentativo di fare un ragionamento più generale, che vede nell’allargamento della rosa dei candidati una risorsa per il PD.

Noto nel Partito un’ansia che per molti versi è immotivata. A luglio appena iniziato, con dinanzi due figurine e mezzo e senza aver sentito un’idea, tutti scalpitano per schierarsi. Forse devono fare ciò in virtù dei ruoli che ricoprono o che devono ricoprire. Si schierano e si lamentano. Qualcuno dice che l’unica cosa di sinistra rimasta al Partito Democratico è l’autolesionismo! Io cerco di vedere questo congresso in termini positivi: abbiamo già due candidati alla segreteria che sono due cavalli di razza e probabilmente gli si affiancheranno figure estremamente interessanti. Questo dovrebbe essere di per sé un dato positivo. Sono risorse. Dubito ad esempio che la destra potrebbe fare altrettanto. Spero poi che i candidati arrivino a stilare dei documenti ricchi e approfonditi, da cui deve trasparire quali sono le loro idee nei settori chiave. Sarà solo in seguito alla lettura dei rispettivi contributi che deciderò da che parte stare. Ora è presto.

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gio

02

lug

2009

Robe da Cesano

L'opera di Teomondo Scrofalo ;)L'opera di Teomondo Scrofalo ;)

Cose da Cesano: ieri notte, verso le 2, stavo rientrando a casa. Ero stanco e non vedevo l’ora di mollare la macchina in un maldestro parcheggio sotto casa per andarmene a dormire. Già stavo pensando alla difficoltà del risveglio mattutino dato che negli ultimi mesi è diventata per me una routine andare a dormire dopo le 2. In più, in questi giorni non ho neanche la possibilità di portare la macchina nel box perché il condominio ha deciso di rifare la pavimentazione davanti ai garage e quindi bisogna cercarsi parcheggio (come tutti i mortali del resto, ma di notte non è facillimo trovare posto in un isolato come il mio dove c’è gente che quasi non ha la casa, ma tutti hanno almeno un’auto). Una volta imboccata la via Patellani, all’altezza dell’incrocio con via De Amicis, mi accorgo che un grosso camion ostruisce completamente il passaggio, essendo stato piantato, spento, in mezzo alla strada. Lì per lì, come avviene di fronte alle cose più bizzarre, si comincia a pensare di tutto: “Chissà cosa è successo? Chissà cosa trasporta il camion? E’ fermo e spento… Chissà perché proprio qui?”. Converrete con me che il fatto, avvenendo di notte, assuma delle sembianze inquietanti. Proprio perché senza ragione. E siccome è dell’uomo cercare di dare una spiegazione a tutto ciò che succede, non accettando l’esistenza del caso e dell’assurdo, in queste occasioni si spreca qualsivoglia tipo di congettura. Peccato che poi si arrivi a considerazioni più inverosimili rispetto all’evento in sé, tale e quale. Vi risparmierò le mie.

Sta di fatto che rinuncio ad accedere in macchina nella mia via e vado a cercare un parcheggio altrove. Decido però di tornare sul “luogo del delitto”, alla luce del fatto che la curiosità, quando è insaziabile, è più forte di qualsiasi freno dettato dalla paura, dall’istinto o dallo spirito di conservazione. Passo davanti al camion piazzato in mezzo alla strada. Spingo lo sguardo all’interno della cabina. C’è un tizio, immagino il padrone del camion (a meno che non fosse rubato - in tal caso il nuovo padrone del camion) che dorme con il muso schiacciato contro il finestrino. Sembra un tipo rubicondo e mi richiama alla mente quelle figure dei paesani di una volta che si lasciano andare al sonno, in piena pace con il mondo e dopo aver raggiunto il nirvana etilico. Lì per lì sono ancora più frastornato: come fa uno ad addormentarsi su un camion in mezzo a una strada? E pure dopo averlo spento: quindi quei neuroni evidentemente annebbiati in qualche frazione di secondo devono essere stati in grado di stabilire una sinapsi per prendere la decisione di girare una chiave. Incredibile. Stamattina sono ripassato da quel punto. Non c’era nessuna traccia né del mezzo né del fulminato padrone. Attendo di rientrare in serata per capire se in paese qualcuno ne sa qualcosa. Intanto in fondo mi sento di ringraziare quel tizio per avermi dato la possibilità di raccontare una storia.

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lun

29

giu

2009

Assessore? No, Capogruppo

Pietro NenniPietro Nenni

 

Ormai sono passate tre settimane dalle elezioni comunali. Negli ultimi giorni, ho incontrato molti cesanesi, soprattutto giovani, che, dopo essersi complimentati per l’elezione in consiglio comunale mi chiedevano a quale assessorato ambissi.

Giovedì 25 luglio – ore 20:30: prima seduta del consiglio comunale. La mia esperienza non poteva cominciare più in salita. Pronti-via, in quanto consigliere più anziano (in funzione del numero di preferenze),  sono chiamato a presiedere i lavori dell’assise fino all’elezione del presidente del consiglio comunale. Una seduta difficile, che porterà, pur tra mille difficoltà, all’elezione di Nicola Bersani. Una volta espletata importante funzione, mi alzo e vado a sedermi nei banchi dei consiglieri. Quando si attua la composizione dei gruppi consiliari, Mara Rubichi mi annuncia come capogruppo del Partito Democratico. Non c’è molto stupore in aula perché già da giorni era trapelata questa notizia e di fatto,  già dalla mattinata, sono noti gli assessori.  Aleggia da parte di qualche amico un po’ di delusione. Al termine della seduta c’è addirittura chi mi rimprovera per non essermi proposto per fare l’assessore. Mi arrivano anche delle mail, in cui qualcuno mi scrive: “… comunque capisco: avresti dovuto mollare il lavoro. Non avresti potuto accettare.”

In funzione di queste considerazioni, mi sento di spiegare perché questa scelta, condivisa con il mio partito, non è stato un ripiego. Nei giorni immediatamente successivi alle elezioni mi sentivo un po’ in imbarazzo per l’alto numero di preferenze ricevute e ritenevo che questo esito mi obbligasse a fare scelte che fino ad allora non avevo ancora preso in considerazione. Nella fattispecie avevo cominciato a pensare che avrei potuto fare l’assessore e mi ero messo nell’ottica di mollare il lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla politica. Benché mi sarebbe dispiaciuto lasciare un’attività professionale in cui tanto ho creduto ed investito e che continua a darmi soddisfazioni, non è stata questa la questione che mi ha fatto rinunciare a far parte della giunta. Infatti se avesse prevalso il ragionamento più cinico, avrei dovuto considerare che mentre al lavoro ho un contratto che durerà ancora due anni, facendo l’assessore sarei rimasto in carica 5 anni e più o meno con lo stesso stipendio, con il vantaggio di essere a Cesano e di evitarmi il traffico quotidiano delle tangenziali che odio con tutto me stesso. In più, nonostante il mio curriculum non sia da buttare, la situazione in cui versa l’università attualmente non garantisce al momento nessuna possibilità di impiego stabile. Quindi non sono state considerazioni professionali ad aver prevalso.

Con il passare dei giorni, infatti, ho cominciato a ragionare su cosa avrei perso nel non fare il consigliere. Pensandoci, mi pareva che sarebbero state limitate le mie funzioni politiche, che avrei lavorato su un raggio d’azione più ristretto e che non avrei potuto tessere rapporti e alleanze con gli altri partiti. In più, nella mia ottica (magari distorta) sarebbe venuta meno quella visione a tutto tondo che solo il ruolo di consigliere può dare. Non ci sarebbe stato quel lavoro complessivo di formazione e studio che tanto mi affascina. Infine, come assessore non avrei potuto votare e temevo che, come è successo anche in altri contesti, avrei potuto mettere in dubbio la mia indipendenza nei confronti del Sindaco rispetto al quale, un assessore, ha a mio avviso una libertà di movimento piuttosto limitata.

Pensando al fatto che il gruppo del PD è formato da ben otto elementi, ritengo che se questo riuscirà a rimanere coeso e a lavorare con costanza, ci saranno le possibilità da un lato di garantirsi una certa autonomia e una certa leadership sull’attività del consiglio comunale, dall’altro di fare da cerniera tra il Sindaco e la Giunta e il Partito, che verrà sicuramente ridisegnato dal congresso autunnale. Essere a capo di tale formazione, si è tramutata quindi nella massima aspirazione cui potessi ambire in questa fase. Per me il Partito e le modalità del suo funzionamento sono centrali: ritengo che questo incarico sia anche coerente rispetto al percorso politico come Coordinatore di Zona che ho intrapreso da novembre e che sicuramente mi vedrà sugli scudi almeno fino ad ottobre.

Non nascondo, infine, che nel prendere questa decisione sono stati determinanti i pareri di alcune persone che si occupano (o che si sono occupate) di politica e che stimo molto. Mi ha colpito grandemente, ad esempio, qualcuno che nell’apprendere del mio personale risultato si è così espresso: “Bene. Ora non fare l’errore di prendere l’assessorato: dedicati alla politica, non all’amministrazione (per quella c’è tempo). Credi nella Politique d’abord (la politica prima di tutto) come diceva Nenni”. E così, anche grazie all’incoscienza di una inguaribile sindrome di Peter Pan, mi imbarco in questa avventura.

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ven

12

giu

2009

Mainardi: sero tituli!!!

da www.mi-lorenteggio.comda www.mi-lorenteggio.com

 

Grazie ai 7157 elettori che hanno scelto D’Avanzo (ed a 166 in particolare...)

 

Vincenzo D’Avanzo è nuovamente sindaco di Cesano Boscone. Una vittoria sofferta ma piena, legata a un grande recupero sui dati, neanche troppo preoccupanti a Cesano, delle europee. Dopo una campagna elettorale difficile e non priva di momenti di tensione, possiamo dirlo serenamente: “D’Alfonso, non sappiamo che scommessa avessi fatto, ma sicuramente l’hai persa!”. Cito il capolista della lista Bigat non a caso. Nonostante l’importanza di tale compagine nella coalizione di destra fosse marginale (come poi si è rivelata), il modo un po’ sopra le righe (sono un signore, mi limito a questo) in cui aveva condotto la campagna elettorale è significativo dell’atteggiamento prevaricatore e gradasso del centro destra intero. L’ultima “perla” è stata una versione del Cesano Notizie riportante quattro pagine delle presunte mancanze dell’amministrazione di centro-sinistra. Peccato che oltre al reato di plagio, tale documento si configurasse come caso di stampa clandestina: infatti non riportava da nessuna parte il riferimento del committente responsabile e della tipografia che ha stampato quest’opera serigrafica di altissimo pregio. Vabbò, capitolo chiuso.

 

Ora dobbiamo cominciare a lavorare per Cesano. Della squadra del PD di questa amministrazione farò parte anche io. Questo è avvenuto grazie a 166 persone che hanno accompagnato la “X” sul simbolo del PD con il mio cognome. In realtà sono di più le persone che mi hanno votato: alcune mi vogliono così bene che speravano di mandarmi in Europa (ho preso più preferenze di Scalfarotto alle Europee), altre hanno sbagliato a collocarmi (sono del PD, non della lista del Sindaco!!!), altre ancora volevano bene a qualcun altro oltre a me (ho dei voti in comproprietà con Robbiati, Bianco etc… ovviamente non validi). In ogni caso ci sono e alla grande. Sinceramente non mi aspettavo di raccogliere tutti questi voti. Nelle mie più rosee previsioni, speravo di avvicinarmi al 100. Ma non certo 166!!! Quindi mi sento di ringraziare tutti coloro i quali hanno sostenuto il progetto-Negri e che si sono fatti cassa di risonanza con parenti e amici della mia candidatura.

Sento forte la responsabilità di dover rappresentare delle persone, soprattutto i giovani, all’interno del consiglio comunale. In più questo grande risultato è sicuramente figlio di una grande voglia di rinnovamento che è emersa da questo voto. Tutti hanno notato che, sebbene l’esperimento del Partito Democratico cesanese sia stato premiato dagli elettori, sono emerse forze nuove mentre hanno arrancato alcune delle vecchie. Da ciò consegue che si stabiliranno nuovi equilibri. Prima delle elezioni, si pensava (anche io lo pensavo) che, per noi giovani, candidarci in cinque avrebbe rappresentato un suicidio collettivo alla Heaven’s Gate. Invece, in seguito alla nomina degli assessori da parte del Sindaco, rischiamo di entrare in consiglio comunale tutti e cinque! Sarebbe un dato di assoluta rilevanza. Poi starà a noi, però, dimostrare che è veramente partito il rinnovamento.

 

Intanto colgo l’occasione per scusarmi di questi ringraziamenti tardivi: sono stati giorni frenetici e stiamo lavorando per il ballottaggio Penati – Podestà alle provinciali. In ogni caso, ci terrei a ringraziare tutti di persona (ho già incontrato molta gente in queste prime sere post-voto) e continuerò ad aggiornarvi sul mio percorso da questo blog. Sicuramente nei prossimi tempi avrò qualche momento libero in più per aggiornarlo.

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lun

01

giu

2009

Macché residenza per anziani: a Cesano serve un locale per i giovani!!!!

Un'immagine del Bem Viver (presa dal sito)Un'immagine del Bem Viver (presa dal sito)

Tra le varie proposte che si sentono e che si leggono nei programmi elettorali dei vari Partiti in corsa per le elezioni cesanesi, mi ha colpito la proposta dell’UDC di aprire un “Nonno Village”, ossia, in termini meno pubblicitari e accattivanti, una residenza per anziani. Non che ci sia nulla di scandaloso nella proposta, anzi, probabilmente è un’esigenza che qualche cesanese sente, sebbene vada inserita in un contesto in cui già operano realtà come la Sacra Famiglia (che ha un reparto geriatrico) e la Fondazione Pontirolo. Se consideriamo anche l’esistenza dei centri anziani e della Sala Trasparenza - che non è ufficialmente un centro anziani, ma che è frequentata prevalentemente da persone di età avanzata – possiamo dire senza timore di smentita che per la terza età è stato fatto molto nel corso degli anni. 

Anche per quanto riguarda le politiche giovanili sono state fatte molte cose, ma forse è giunto il momento di soffermarsi e di fare una riflessione su quali siano le nuove esigenze manifestate dai giovani cesanesi, legate anche alla trasformazione del territorio. Ritengo infatti che dobbiamo dare atto di una silenziosa trasformazione di Cesano negli ultimi anni. Oggi sarebbe sbagliato considerare il nostro comune come una periferia, ancor più sbagliato sarebbe parlare di periferia degradata. Cesano oggi è un grosso centro del Sud Ovest Milanese che si sta costruendo una sua identità e che ha assunto una sua autonomia rispetto alla vicina Milano. Quindi, quando si pensa a che tipo di politiche mettere in campo per i giovani, non si può impostare un ragionamento improntato sul “disagio conclamato” tipico dei grandi quartieri popolari, ma bisogna pensare a qualcosa che valorizzi ulteriormente un territorio che già offre delle opportunità, che ha già un tessuto sociale e che deve, nel caso dei giovani, fornire delle possibilità che rendano Cesano concorrenziale con la Metropoli. Spesso, più che segnalare un malessere, i ragazzi che preferiscono spostarsi a Milano, sottolineano la mancanza di un punto di aggregazione vero, quale potrebbe essere un locale, un piccolo pub aperto la sera. La vicina realtà del Bem Viver di Corsico è un punto di riferimento in quest’ottica: un locale, peraltro piuttosto economico (il che è importante pensando soprattutto agli studenti e ai ragazzi precari) ma non solo. Si tratta di un punto di aggregazione dove si fa anche cultura grazie a numerose iniziative. Oltre a questo, si tratta di una realtà in cui i giovani prendono parte alla gestione dell’attività del bar e alla programmazione degli eventi. Un orizzonte utopico? Forse. Però a Corsico ci sono riusciti.

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ven

29

mag

2009

Alcune considerazioni su Expo 2015

Ritengo che Expo rappresenti una grande opportunità per Milano e per il Paese. E’ stato notevole il lavoro svolto dal Governo Prodi congiuntamente con il Sindaco Moratti per portare questo importante evento nella nostra metropoli. C’è la possibilità di investire le ingenti risorse che sono state messe a disposizioni per opere ed azioni importanti, quali il potenziamento dei mezzi pubblici (nuove metropolitane, ad esempio), il miglioramento dell’assetto urbanistico, oltre ad investimenti nel settore della tutela ambientale e culturale dei nostri territori. Al centro, ci dovrebbe essere l’agricoltura tanto che il filone portante di tutta l’iniziativa è “feeding the planet, energy for life” ossia “nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Ci sono molte perplessità, però, sull’iniziativa. Innanzitutto, in Italia questi grandi eventi sono spesso stati legati ad opere di cementificazione, di speculazione, e buona ultima, di corruzione. Memorabile è il caso di Italia ’90: penso agli stadi già fatiscenti e all’incredibile giro di tangenti che l’inchiesta “Mani Pulite” ha portato alla luce. In più, la gestione di Expo portata avanti finora è stata fallimentare: è stato bruciato più di un anno parlando di nomine (con la guerra Berlusconi-Moratti), compensi e buon ultimo sede ufficiale dell’organizzazione. Praticamente, non è ancora stato fatto nulla.

Forse dovremmo prendere come riferimento una delle poche occasioni in cui queste grandi manifestazioni hanno lasciato qualcosa di positivo: le Olimpiadi invernali a Torino. Al di là di pochi impianti che probabilmente non verranno utilizzati, la Giunta guidata da Chiamparino è riuscita ad investire le ingenti risorse ottenute per migliorare l’aspetto urbanistico di Torino, soprattutto del centro, consegnando ai cittadini una città più bella e più fruibile.

Spero proprio che non venga gettata alle ortiche un’occasione come questa.

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lun

25

mag

2009

Ecco la Piscina di Cesano

YouTube-Video
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gio

21

mag

2009

Le proposte dei Giovani PD per Cesano

foto presa da www.mi-lorenteggio.comfoto presa da www.mi-lorenteggio.com

 

 

 

 

Premessa:di seguito riporto alcune proposte formulate dal gruppo giovani PD di Cesano Boscone e per cui ci batteremo nel prossimo quinquennio.

 

 

 

 

 

Giovani

1) Struttura di via Trento. Proponiamo che la struttura ospiti un locale gestito da cooperativa di giovani e che abbia come priorità:

a)     Realizzazione di attività culturali e socio-educative

b)     Aggregazione e giochi

c)     Promozione e vendita di prodotti equo e solidali e biologici

L’esperienza del Bem Viver di Corsico rappresenta un modello in questo senso. Un modello che, tra l’altro, non ha creato sino ad ora particolari problemi agli abitanti della zona e che quindi potrebbe, se preso ad esempio, tranquillizzare gli abitanti di via Trento

2) Biblioteca:  crediamo che per migliorare il servizio della biblioteca sia assolutamente necessario modificare gli orari di apertura per le esigenze di studio, soprattutto in fascia serale, analogamente a quanto succede a Corsico e Baggio. Oltre a ciò sarebbe utile prevedere in tutte le sale il wireless o mettere a disposizione pc con collegamento web

3) Carta Giovani:

a)     Proponiamo che venga distribuita anche a Cesano la carta giovani della Provincia di Milano

b)     Proponiamo la creazione di una carta giovani di Cesano, che coinvolga i commercianti cesanesi e la piccola distribuzione creando una tessera sconti-convenzioni-raccolta punti per persone under 30 (con eventuale differenziazione per età)

4) Creazione di un Ostello o B&B gestito da giovani nella zona fermata Milano-Mortara e inserito nei progetti di valorizzazione dei navigli (la cosa potrebbe rientrare anche nei progetti EXPO?)

5) In attesa che la Palazzina di via Kennedy sia pronta, predisposizione di una sala prove a basso costo per gruppi musicali di Cesano o dei paesi del sud-ovest. In maniera analoga predisposizione di uno spazio/sala feste “low cost” per giovani

6) Ridurre i prezzi dei campi da calcetto del centro Cereda

7) Borse di studio per giovani meritevoli (un ragazzo e una ragazza) per tutti i livelli di istruzione (elementari, medie, superiori, università)

Informatica, comunicazione e trasparenza

1) Utilizzo di software open source presso gli uffici comunali che garantirebbero un notevole risparmio sia in termini di licenze dei programmi che sul parco macchine (pc) che non necessiterebbero di essere riacquistati frequentemente (è ad esempio ciò che accade in tutti i ministeri francesi)

2) Sito internet del comune:

a)      più interattivo con maggiori contatti con il sindaco,  gli amministratori locali e i dirigenti (e-mail di tutti a disposizione, con assicurazione di risposta entro 3 gg. dall’invio)

b)     Con pubblicazione da parte degli amministratori  e consiglieri del PD della dichiarazione dei redditi (cfr. Prof. Ichino)

c)     Pubblicazione dei risultati sportivi delle nostre squadre e atleti, con interviste e commenti

d)     Uso di skype dove possibile per comunicazione

Ambiente e trasporti:

1)      promozione del car-sharing per raggiungere la fermata della metropolitana

2)      attivare il bike-sharing

3)      Controllo della velocità in via Roma

Possibili percorsi nelle scuole

1)      Prevenzione contro le droghe alle medie

2)      educazione alimentare poi con macchinette con prodotti naturali o equo e solidale

3)      legalità

4)      integrazione ed educazione alla mondialità

5)      educazione sessuale (malattie: HIV, …)

Cultura

1)      Proposta di una festa patronale più sobria; prevedere che le attività attualmente concentrare nel periodo della festa patronale siano diluite durante l’anno

2)      Ricognizione sulle convenzioni con le associazioni per garantire il controllo da parte del comune sulle attività delle stesse

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dom

10

mag

2009

Capolavoro Cesanese

Un fotomontaggio esilarante che mi è stato mandato da poco... Un fotomontaggio esilarante che mi è stato mandato da poco...
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ven

08

mag

2009

Il mio impegno per Cesano

Da qui alle elezioni c’è ancora un mese. Sarà un periodo intenso e già preparo il cucchiaino per raccogliermi il giorno 9 giugno (o intorno al 20 in caso di ballottaggio). Quindi con qualche settimana di campagna elettorale davanti, ci sarà tempo per fare proposte e per raccontare qualche idea che ho per il nostro comune. Partendo magari proprio da questo sito. Però, da un lato non mi piacciono modalità assolutamente propagandistiche quali “il programma dei primi cento giorni” oppure “i miei 10 punti per Cesano” (di solito ce ne sono 2-3: sai che fatica tirare ai 10!!!), dall’altro non mi piace buttare nella mischia un elenco di mezze proposte senza che siano organiche quantomeno al programma del candidato Sindaco che si va a sostenere. In più ho seguito da vicino le vicende del Consiglio Comunale degli ultimi cinque anni e penso di vedere le cose in maniera un po’ diversa rispetto a quando mi candidai per “Cesano in Testa”.

Mettiamola così: faccio solo tre promesse a chi mi voterà. Onestà, impegno e passione. Al di là delle ambizioni politiche (che mi pare siano assolutamente legittime) non ho interessi da portare avanti. Lavoro lontano da Cesano in un settore che nulla ha a che vedere con il nostro comune, non ho bisogno di una casa perché ce l’ho già e non cercherò di ottenere vantaggi per me, per i miei famigliari o per i miei amici. Ho uno stipendio basso ma decoroso, vivo in maniera sobria e sono contento di quello che ho.

La passione è la molla che mi spinge: amo la politica e nonostante l’età relativamente giovane seguo il settore da sempre. In questo mi sento un po’ controtendenza, quasi un ribelle di questi tempi, data la disaffezione imperante.

 

Un aspetto di cui si discute poco, ma che secondo me è fondamentale, è l’impegno. Senza voler tirare la croce addosso a nessuno, ritengo che negli ultimi anni l’atteggiamento di più di un consigliere comunale sia stato poco soddisfacente. C’è chi non è quasi mai stato presente, chi non ha mai aperto bocca, chi non sembra conoscere le tematiche trattate e per coprire tali mancanze si mette ad esporre bislacche tesi su temi nazionali. L’attività politica non si può ridurre ad essere dei “buoni amministratori”. Ma la “buona amministrazione” va garantita. Il resto è in più ed attiene alle capacità individuali e sensibilità di ciascuno. Una persona che siede in consiglio comunale deve innanzitutto essere informata rispetto a ciò che sta succedendo e alle decisioni che prende la Giunta. Per fare ciò è indispensabile leggere le determine/delibere relative alle decisioni assunte dall’amministrazione. Ed approfondire i temi: sia da un punto di vista politico, sia conoscitivo. Non si pretende, ad esempio, che si conosca nei dettagli il bilancio del comune. Ma chi non ha nessuna conoscenza di tipo economico deve assolutamente studiare ed avere un’idea di come si compone un bilancio. Forse non ne coglie l’importanza, ma il lavoro in tal senso è veramente gravoso.

Non è accettabile, poi, che una persona che siede tra quei banchi non faccia mai un intervento. Per cosa si è fatta eleggere? Solo per alzare la mano? Concorre alla definizione delle scelte che si prendono? Sente la responsabilità di ciò che fa? A volte pare che l’elezione anche in un semplice (e lo dico con tutto il rispetto, s’intende) Consiglio Comunale di periferia più che rispondere a una passione o a un interesse, sia solo segno di una voglia di raggiungere uno status symbol. Sembra quasi che, come certi porporati, si porti un anello al dito da far baciare in giro per la strada per osservare la reazione di deferenza della gente. “Mamma mia, l’assessore! Bacio-la-mano!!!”.

 

La metto sul comico, ma per qualcuno è veramente così. Nel proprio modo di pensare (estremamente ristretto e provinciale), certi personaggi vivono l’eventuale elezione come l’assunzione al cielo e si aspettano, come automatica e dovuta, la venerazione. Anche con questi meccanismi si crea uno stupido e anacronistico distacco: l’eletto (dal Signore, verrebbe da dire) è poco disponibile, saccente, spocchioso. Invece si tratta di un errore, innanzitutto di valutazione. Con la gente bisogna avere un rapporto diretto, incontrarla spesso, ascoltare ed essere disponibili per eventuali (lecite) richieste. Per poter avere una relazione efficace con le persone è inoltre fondamentale “vivere Cesano”: bisogna essere presenti, nelle occasioni importanti così come nella vita di tutti i giorni. Non si può essere catapultati nelle sedi ufficiali e non bazzicare le strade della città. E’ lì che nasce la politica. Poi va sviluppata altrove (non ammettere questo sarebbe populismo), ma i messaggi e gli spunti si raccolgono lì.

Infine ai miei occhi per essere credibile una persona deve essere trasparente. Vale per i politici del Nord Europa. Vale per Pietro Ichino che ha sorprendentemente pubblicato le sue entrate sul suo sito. Anche io voglio dare un messaggio analogo pubblicando una sezione con i costi di questa personale campagna elettorale (vai a "Operazione Trasparenza"). 

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ven

08

mag

2009

Berlusconi e la Finlandia: ecco perché!

 

Ho capito perché in Finlandia si parla tanto (e male) di Berlusconi. Ecco cosa spingeva la mia interlocutrice finlandese. Traggo queste righe dal Corriere di oggi.

 

LA SEDE DEL PROSCIUTTO - «È Parma che deve avere la sede, perché in Italia si mangia bene e la città emiliana è famosa per il suo prosciutto. Come si potrebbe dare la sede alla Finlandia, dove si mangia malissimo e solo renna marinata?», disse nel 2005 Berlusconi. E, per ottenere la sede, il premier disse che aveva messo in pratica le sue "arti di playboy" nei confronti di Tarja Halonen, presidentessa della Finlandia. 

 

LA CHIESA DI LEGNO - «Ricordo che in occasione di una mia visita in Finlandia mi vollero portare a vedere una cosa a cui tenevano molto e impiegammo, di mattina presto, tre ore per raggiungere una chiesa di legno del Settecento. Una cosa che qui da noi sarebbe cancellata». Berlusconi, da quando è «sceso in campo», ovvero dal 1994, non è mai stato in visita ufficiale in Finlandia.

 

Bastano queste due figuracce per capire chi è il nostro primo ministro e come siamo visti all'estero. Lascio a voi ogni ulteriore commento. 


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gio

07

mag

2009

Dialogo sulla Natura (di Berlusconi) con una finlandese

Negli ultimi giorni sono stato impegnato nel Cost Europeo di Proteomica delle Piante (un congresso, in pratica) dove sono stato invitato a relazionare su un lavoro che sto conducendo in collaborazione con il gruppo del professor Marengo di Alessandria (per chi volesse approfindire basta cliccare sull'immagine). Durante il pranzo mi sono messo a parlare con una ricercatrice finlandese di mezza età, estremamente curiosa rispetto al nostro Paese. Mi ha detto che negli ultimi giorni perfino la Scandinavia si sta interessando del divorzio di Silvio Berlusconi dalla moglie. La "febbre suina" che ha colpito il sultano di Hardcore (l'ironia di Travaglio è pungente) non è più fatto solo nazionale, ma addirittura di interesse europeo.

Ho raccontato la vicenda ed ho spiegato alla collega del Nord che a me, francamente, non interessano le scappatelle di Berlusconi e che anzi lo trovo più simpatico negli ultimi giorni, siccome temevo che le uscite di Veronica fossero solo una strategia per far parlare di lui. Certo, riterrei gravissimo che il letto di un uomo attempato fosse frequentato da minorenni, ma siccome non sappiamo nulla più, non è giusto esprimerci.

Probabilmente di fronte a tale risposta, la mia interlocutrice avrà pensato di trovarsi di fronte a un sostenitore del Primo Ministro (mi vien da piangere a scriverlo). Ciò nonostante ha continuato ad incalzarmi:"But you have to admit that he is a really stupid man: he was talking about Obama and he said that he is tanned!!!". 

"Stupido? Chi? Berlusconi? No, non lo è affatto..." A questo punto però, per non passare per milite delle libertà (una formazione dell'allora Forza Italia), le ho spiegato tutto il male che penso del Premier (sigh) e le ho raccontato un pò di quello che sta succedendo in Italia. 

Nei fatti raccontati in questi giorni, c'è una piccola soddisfazione (poi passo a cosa mi turba):mi diverte l'assordante silenzio dei più strenui difensori del concetto sacro di famiglia e di indissolubilità del vincolo matrimoniale. Sono inebetiti. Non sanno cosa dire, come difendere Berlusconi, figlio unigenito del Dio Priapo. Aspettano: qualsiasi cosa sarebbe poco credibile, anche per loro che sono abituati a far ricorso alla peggiore ipocrisia. 

Invece, i fattori che mi permetto di criticare in questa brutta storia, pur personale, sono essenzialmente due.

In primis, pensare a un Primo Ministro che rincorre le vallettine anche se solo in feste mondane è alquanto deludente. Io penso che dato il gravissimo momento che l'Italia sta passando, dalla crisi al terremoto, un politico serio dovrebbe profondere i suoi sforzi in tale direzione. O anche, potrebbe seguire più da vicino le trattative della Fiat che sono strategiche per il nostro sistema-paese. Non dovrebbe avere tempo da perdere. Un uomo di stato non andrebbe alle festicciole. L'amara realtà è che Berlusconi non è un uomo di stato. E non è neanche un politico. Sicuramente non è stupido, ma certamente non ha la preparazione per svolgere le mansioni che gli elettori sciaguratamente gli hanno consegnato. E' un problema di capacità. Lui non le ha. La pubblicità dura qualche secondo e poi svanisce. Presto, ad esempio, verrà fuori che intende ricostruire l'Abruzzo con i soldi del Monopoli. Parlava di 8 miliardi di euro. Pare che ce ne siano disponibili solo 4...

 

Quando diede dell'abbronzato a Obama, piovvero accuse di razzismo. Io non ero d'accordo: sicuramente aveva detto una stupidata, ma non ci avevo visto dietro nulla di scandaloso. Sicuramente, però, non erano parole che stavano bene in bocca a un primo ministro. Il fatto che oggi, a distanza di mesi, una finlandese mi citi la vicenda, mi porta ad amarissime considerazioni sulle figuracce che Belusconi fa fare al Paese a livello internazionale. Che credibilità può avere uno stato in mano a un buontempone che fa le corna nei meeting internazionali, che fa battutacce (anche con doppi sensi) ai politici stranieri, che va sulle prime pagine di tutti i giornali nel mondo per un presunto love-affair con una ragazzina?

E soprattutto (e tengo particolarmente a questo passaggio): cosa si può pensare di un imprenditore che proviene da siffatta Italia? Perché i tedeschi dovrebbero fidarsi di Marchionne con il suo piano Fiat per la Opel? Può uno stato con Berlusconi Premier avere aziende che possono sembrare serie ed affidabili a livello internazionale? 

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mer

06

mag

2009

Il perché di questo blog

Il nesso tra l’apertura di un blog a un mese dalle elezioni da parte di una persona che si candida è fin troppo facile. Non voglio fare ragionamenti contorti per smontare ipocritamente questa facile tesi: sì, apro uno spazio mio per farmi un po’ di pubblicità elettorale. Però non è solo questo. E’ un’idea che ho già da tempo e che si è resa ancor più urgente dopo la mia uscita da “L’incontro” per incompatibilità politica. Per farla breve, quando sono stato eletto coordinatore di zona del PD, la mia posizione si è trovata in contrasto con quella di redattore del periodico per cui scrivevo. Lo prevedeva lo Statuto dell’associazione,  lo consigliavano correttezza e buon senso.  Ovviamente tornerò a collaborare con il giornale non appena mi ritrovassi senza incarichi politici. Per approfondire la faccenda consiglio di leggere il bell’articolo che mi è stato dedicato dalla Redazione in quel periodo.

Seppur entusiasta del ruolo che andavo a ricoprire (nonostante la fase estremamente complicata, come ho avuto modo di capire poco dopo), mi è dispiaciuto parecchio lasciare “L’incontro”, anche se temporaneamente. Si tratta di un’associazione particolarmente attiva, gente stimolante, molto diversa ideologicamente ma molto legata dal punto di vista umano e affettivo. Insomma, un bell’ambiente.  A margine di ciò, veniva anche meno la possibilità di organizzare i miei pensieri e trasmetterli a una penna (in realtà a una tastiera di un computer) e dargli libero sfogo attraverso le righe della testata.

Mi è sempre piaciuto scrivere. In più mi sembrava che farlo per quel giornale tirasse fuori quella parte di idealismo che forse a volte maschero ma che mi fa sentire migliore e bene con me stesso. All’inizio non pensavo che L’incontro fosse così letto: ho dovuto ricredermi quando, nel presentarmi a persone che non conoscevo, qualcuno mi diceva: “Simone Negri… ma tu non sarai quello che scrive per L’incontro? Ho letto l’articolo sul tuo ultimo numero: sono d’accordo!”. Quando si dice: “che soddisfazione”!!!

Devo ammettere che a differenza degli anni precedenti, durante gli ultimi mesi nell’associazione ho scritto poco. Sicuramente si erano già moltiplicati impegni di natura diversa. Ma, soprattutto, avevo aderito al PD. Per la prima volta nella mia vita, prendevo la tessera di un partito. Da un lato sentivo una responsabilità forte, dall’altro mi sentivo meno libero. Mi spiego: benché il PD sia un partito plurale, mi sembrava di limitare il mio raggio di azione di “giornalista” (chiedo scusa per aver abusato impropriamente di un termine). Di cosa scrivere da quel momento in poi? Sicuramente non più della politica cesanese: che credibilità avrei avuto? Nessuna, immagino. In più non è mia abitudine scrivere pagine e pagine di incenso, a maggior ragione se per partito preso. Gli articoli di critica sono molto più divertenti.  Non si sa mai dove possono finire e il punto di vista ha più possibilità di sembrare originale. Quando uno scrive da schierato, c’è un vincolo che lo riconduce agli occhi del lettore alla sua parte politica, anche se non è negli intenti di chi scrive. Il ragionamento e le logiche si fanno più superificiali, il tutto diventa un facile meccanismo, un incastro, il punto di vista di chi ha redatto il pezzo diviene meno “sgusciante” e vagabondo. Quindi, pensavo, meglio uccidere la penna (o la tastiera).

Però con il passare dei mesi, mi è tornata fortissima la voglia di abbandonare a qualche riga i miei pensieri. Anche perché se è vero che “ è un imparare due volte” (Joseph Joubert), scrivere un articolo è informarsi due volte. E in questo momento, a causa dei tanti impegni, non ho la possibilità di approfondire molto le questioni.  L’esprimere un’opinione su alcuni argomenti mi obbliga quindi a fare un lavoro di ulteriore informazione. E’ un impegno che prendo con me stesso il ritagliarmi un po’ di tempo per informarmi, per lo studio, per la conoscenza. Questo blog nasce anche per questo.

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gio

30

apr

2009

La Coalizione di Centro Sinistra a Cesano

Vincenzo D’Avanzo si presenta ai nastri di partenza della competizione elettorale sorretto da una nutrita coalizione.  Oltre al Partito Democratico di cui è emanazione,  il candidato sindaco sarà appoggiato anche da altre 6 formazioni politiche. Numericamente la situazione non è particolarmente diversa da quella del 2004: allora la coalizione di centro-sinistra era composta da 8 liste, oggi siamo a quota 7. La differenza è nella natura di queste compagini:  i cambiamenti e la semplificazione politica degli ultimi tempi hanno fatto sì che solo due sigle siano state confermate rispetto a cinque anni fa (Italia dei Valori e Rifondazione Comunista), mentre il posto di alcuni partiti, sono oggi comparsi i simboli di quattro liste civiche (Sinistra per Cesano, Lista Civica per D’Avanzo Sindaco, Movimento Civico per l’Innovazione e Insieme per Cesano).

Discorso a parte merita la novità rappresentata dal Partito Democratico: a Cesano Boscone, oltre ad aver attinto forze da Margherita e Democratici di Sinistra, ha integrato nuovi volti, elementi della lista civica “Cesano in Testa” e una cospicua fetta dell’allora Partito Socialista.

La presenza di così tanti raggruppamenti, considerando il peso delle liste civiche, più che segno di frammentazione politica è sintomo di una grande vitalità: senza considerare la destra ed il partito dell’UDC (che farà “estremo centro” correndo da solo) nella nostra coalizione verranno presentati quasi 140 candidati!!! E’ un numero veramente considerevole: 140 persone che, con entusiasmo, sono disposte ad attivarsi in prima persona a sostegno del progetto-Cesano del centro-sinistra.

Di fronte a così sentita partecipazione e alla grande possibilità di scelta che offriamo ai cittadini cesanesi, poco ci è costato il sacrificio di prestare alla destra come candidato sindaco uno dei nostri assessori. A giugno sapremo se questo nostro atto di generosità avrà riscosso il plauso degli elettori.

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